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Leggo per legittima difesa. Scrivo perché è necessario contrattaccare. Faccio arte perché non conosco altro modo per spiegarmi meglio. www.ilfogliobianco.com
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(Quelli con il bollino
sono stati inseriti da me)
Sto disponendo i libri sullo scaffale...
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ETICA PER UN FIGLIO
Breve libro di 120 pagine divorato in 180 minuti, dalle 3 alle 6 di notte di un lontano insonne 27 IX 2007. Non è un saggio ma una breve missiva di un padre che prova a gettare alcuni semi di saggezza al figlio. Libro semplice ma dai contenuti importanti, utile per chiunque ricopra un ruolo genitoriale non solo verso la propria prole, ma in senso lato nei confronti della società. È un libro consigliabile per chiunque voglia scavare un po' dentro e cerchi il modo di vivere meglio con se stesso e gli altri. Non dovrebbe mancare nella biblioteca di ogni genitore, anzi, di ognuno di noi.
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NON C'È SILENZIO CHE NON ABBIA FINE
È un romanzo che si legge tutto d'un fiato. 700 pagine di una storia vera imperdibile. Lettura per tutti. Riporto qui la quarta di copertina. Un inferno verde fatto di fango, afa, insetti e malattia sul quale regnano il cinismo e la brutalità dei guerriglieri. Gabbie e catene, marce forzate e un'incontenibile voglia di libertà. L'ansia per la famiglia lontana e il conforto della preghiera. Ingrid Betancourt, rapita dalle Farc nel 2002, racconta la vita ai confini della civiltà, e spesso oltre quelli dell'orrore. Dove una piccola radio, un cucchiaio di zucchero, una scimmietta da addomesticare possono salvare dalla follia. Ma dove le persone non sono mai quello che sembrano: le compagne di prigionia, i soldati, gli amici, gli aguzzini nascondono ciascuno segreti e traumi, e alcuni saranno protagonisti poi di aspre polemiche seguite alla liberazione. Un documento prezioso e spietato sulle ambiguità dell'animo umano di fronte all'estremo, una lettura appassionante e un'occasione per meditare.
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LA LUNGA VALLATA
12 racconti. Un po' tristi, a volte crudi, terribilmente reali, schietti ma piacevoli da leggere. Steinbeck è una garanzia di buona lettura. Nonostante non si possano paragonare a romanzi come FURORE o UOMINI E TOPI, il libro merita essere letto se non altro per immergersi nella vita degli agricoltori americani di inizio xx secolo. Il racconto Il pony rosso è una piccola perla.
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BALCANIA
Ho acquistato il libro solo per omaggiare Toni Capuozzo, per l’Uomo trasparente e incorruttibile che lui è! Detto ciò, il libro è divisibile in tre parti. La prima, autobiografica, è scritta particolarmente bene e si legge con piacere sia per l’estetica narrativa sia per i contenuti. La seconda riporta interessanti e dettagliati articoli da lui pubblicati durante gli anni della guerra. Qui le vicende dell’assedio di Sarajevo o alcuni episodi di guerra lasciano sconcertati dalla crudezza degli avvenimenti. È interessante anche leggere come vive e quanto rischia in prima persona un inviato di guerra. Nella terza parte gli articoli di giornale a volte riportano concetti già espressi e sono più professionali. Il libro ha il merito di descrivere la sofferenza e i patimenti della popolazione senza mai schierarsi, a prescindere quindi dai popoli in lotta. Il dolore e la morte non ha colore. Proprio perché non è un saggio ma una raccolta di storie che parla della sofferenza della gente comune, per chi non conosce il conflitto dei Balcani, a volte può risultare difficile decifrare chi sono gli attori coinvolti nella guerra civile. Nel libro ci sono solo le storie dei bambini, delle donne e degli uomini che hanno patito per le colpe dei potenti che li governano.
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LE BUGIE NEL CARRELLO
È il primo libro di Dario Bressanini che leggo. È scritto bene, è scientificamente inappuntabile (ma si sa, dipende dagli studi che si citano) in ogni caso offre spunti di riflessione interessanti. Grazie al costo modesto e alla brevità merita di essere letto ma ammetto che avevo maggiori aspettative. Chi è totalmente privo di conoscenza riguardo i temi trattati troverà il libro molto utile, a tratti sorprendente, per chi invece mastica già un po' la materia, alcuni passaggi sono elementari, ma un ripasso non guasta mai. Il capitilo sull'agricoltura biodinamica e sulle credenze esoteriche di Steiner, soprattutto il sarcasmo con cui demolisce teorie di fine ottocento, attualmente poco seguite se non da una nicchia insignificante della popolazione, sono gratuite e tutto sommato è un tema che non appassiona. Che senso ha accanirsi su un moribondo? Agli appassionati di vini invece potrebbe dare fastidio per gli studi citati. Nonostante a volte emerga una certa fastodiosa saccenza da cattedra, mascherata da ironia (o sarcasmo) ma pur sempre antipatica, è un libro che consiglio perché conoscere le cose aiuta a fare scelte più consapevoli. Forse manca un vero attacco diretto e senza sconti al potere dell'industria alimentare. Insomma, resta un buon libro, ma si poteva osare di più?
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VOX
Amo molto i film e i romanzi distopici, Vox appartiene a questo genere. Il libro parte da un assunto geniale, la protagonista vive in un mondo letteralmente dominato dai maschi che usano il loro abituale modo per soggiogarle: la forza e la retorica. L'aspetto più terribile è che i maschi hanno imbavagliato la voce delle donne che possono utilizzare al massimo cento parole nell'arco dell'intera giornata. Se qualcuna sgarra per spirito ribelle, per errore o per disperazione, viene immediatamente punita corporalmente. Solo l'idea fa venire i brividi, se non peggio, evoca la pazzia. Il libro parte davvero bene, la distopia regge, la descrizione degli eventi storici è verosimile e le conseguenze sul mondo femminile sono drammaticamente plausibili. La scrittura è fluente, senza eccessi lirici visto gli argomenti, a tratti cruda, talvolta piacevolmente sagace. Da metà libro in poi però, come spesso accade in tanti romanzi distopici, la narrazione porta il o la protagonista a confrontarsi con un Sistema oppressivo, organizzato e potente dal quale dovrebbe essere complicato liberarsi. Invece, anche in questo caso, come ahimè accade troppo spesso, i protagonisti riescono a eludere le trappole, i controlli o le restrizioni in modo a volte elementare. I lettori amanti della coerenza potrebbero trovare tali situazioni fastidiose. Per chi invece predilige la scorrevolezza e il piacere della narrazione sull'eccesso di coerenza, il libro scivolerà via gradevolmente. La fine quindi segue la logica appena esposta: se si è molto attenti alla coerenza il finale risulterà forzato e si storcerà il naso, altrimenti si arriverà all'ultima pagina appagati per aver letto un buon romanzo. L'idea è davvero originale, la storia è intrigante, le vicissitudini dei protagonisti appassionano, la distopia fa riflettere ma ovviamente zoppica dal piede dove vanno zoppe quasi tutte le distopie: l'eroe o l'eroina di turno possono davvero sconfiggere un Sistema quasi onnipotente? Nella realtà è raro, o meglio, impossibile, nelle distopie invece a volte accade. Per questo le leggiamo, perché speriamo di poter cambiare la nostra distopica realtà. O no? Ma cosa succede in Vox non ve lo svelo. Se volete scoprirlo tocca leggerlo.
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CAPITALE E DISUGUAGLIANZA
Perché una persona "normale" dovrebbe leggere un libro all'apparenza così poco attraente? Un libro che parla di economia mondiale è quanto di meno interessante si possa pensare, soprattutto se immaginiamo essa come un vasto oceano in subbuglio e noi come cittadini inermi in balia dei suoi umori. Conoscere per decidere, ecco perché. Il libro è breve, cento pagine, e riporta gli articoli di Thomas Piketty, un economista, saggista e docente universitario francese, che ha ben chiare di chi sono le responsabilità dei misfatti dentro quel vasto oceano. Il testo è leggibile per chiunque, la scrittura è semplice, per nulla scientifica o tecnica. Dunque, non è un libro riservato agli addetti ai lavori, bensì possono affrontarlo, in un fine settimana, anche gli esperti di Dostoevskij, Ken Follet o di Harry Potter e ne usciranno soddisfatti. Ci sono parole come "semischiavitù", "egemonia americana", "opacità finanziaria internazionale", "flagello", "onnipotenza del denaro", "Plutocomunismo", "gestione calamitosa", "fallimento dell'Europa" e altri concetti che possono aiutare a capire da chi o cosa è governato quell'oceano misterioso. Dopo la lettura di un siffatto libro non si esce certo professori universitari, non vi è affatto questa pretesa, ma cittadini più consapevoli sì. Certo, non non sarà mai la prima scelta che si può fare in libreria, ma aprire gli occhi sul mare dove si galleggia dovrebbe essere il dovere di ogni cittadino. Non fatevi quindi spaventare dall'argomento e pazienza se non gongolerete per la mancanza di poesia e lirismo, il libro lo avete comprato per sentirvi più preparati, meno superficiali, più presenti rispetto al mondo che vi circonda. Dopo la lettura sarete meno abbindolabili, più vigili, in altre parole vi sentirete migliori, e in fondo, sentirsi bene è l'unica cosa che conta. Tutto ciò non merita forse un tentativo?
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LE 10 MAPPE CHE SPIEGANO IL MONDO
Se leggerete questo gran piccolo libro di sole 300 pagine, ne capirete di più di geopolitica e guerre in giro per il mondo, che guardando ininterrottamente 10 anni di telegiornali. Vi basterà un pomeriggio se siete famelici lettori, qualche giorno o un paio di settimane se avete un passo lento, ma compratelo. In una scala di 5 stelle, gli andrebbe data la lode. Pensate a tutto ciò che di positivo può donarvi un libro, lo troverete. Guardate all'autore e chiedetevi se ha le competenze: le troverete. Volete risposte sul ruolo dell'occidente rispetto al caos mondiale in cui viviamo: le troverete. Non c'è altro da aggiungere. Sarebbero banalità. È scritto bene, è alla portata di tutti, è sintetico ma esaustivo, è equidistante, non fa sconti a nessuno, a tratti potrebbe essere illuminante. Capiamoci, non è un vangelo portatore di verità assolute, forse è persino meglio, è un libro che parla solo di storia e geografia, qualcosa di molto più elementare. Ogni ragazzino dovrebbe leggerlo, tutti i giovani dovrebbero conoscere le basi della geopolitica, ma soprattutto se ci sono adulti rimasti indietro, senza vergogna, il libro è l'occasione buona per recuperare. Insomma, Compratelo, regalatelo, rubatelo, fate come volete ma leggetelo!
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NARCISO E BOCCADORO
Se le sottolineature, le pieghe, i commenti, gli sghiribizzi, i rimandi, i richiami, gli "wow" a fianco le pagine fossero l'unità di misura per la valutazione di un libro (o almeno sono il mio personale metro), beh, il mio Narciso e Boccadoro presenta meno pagine intonse rispetto a quelle deturpate dal mio entusiasmo nel leggerlo. Sarà perché in Narciso rivedevo una figura di riferimento a me cara e, ovviamente, mi rispecchiavo in quella dell'artista Boccadoro, ma resta il fatto che è un ottimo romanzo a prescindere. Il libro è stato una lontana lettura di gioventù ma il suo ricordo, a distanza di decenni, non mi ha mai abbandonato. Passano gli anni, e nonostante le vicende dei protagonisti vadano lentamente sfumando nella mia mente, immutabile resta la sensazione di Bellezza provata nel leggerlo. Lui resta sempre lì, nel cuore, come una buona amicizia giovanile che con il tempo si è perso di vista. Vi capita anche a voi di ripensare a una compagnia di gioventù sorridendo con dolcezza, come quando si ricordano delle vacanze indimenticabili? Ecco cos'è per me Narciso e Boccadoro: un vecchio compagno di viaggio, un amico, un'esperienza amata. Difficilmente potrà deludere chi lo aprirà per la prima volta. Credo che una tale lettura non dovrebbe mai mancare nella biblioteca di un ragazzo. Consiglio vivamente.
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DISOBBEDIENZA CIVILE
Sarà perché il tema lo conosco bene e mi appassiona da sempre, o perché ho letto molte altre biografie o testi di dissidenti o rivoluzionari, ma dal titolo mi aspettavo qualcosina di più. Capiamoci: molte frasi sono ad effetto e, come tutti gli aforismi, sono piacevoli e invitano alla riflessione, non solo, il tema trattato è tosto per cui è sempre utile leggere punti di vista estremi, ma nel complesso, proprio perché avevo letto molto altro, il testo non mi ha impressionato (va detto che il mio livello di aspettativa è sempre molto alto). DISOBBEDIENZA CIVILE è un libricino minuto di sole 70 pagine, dal costo modestissimo, che si legge in poche ore. E proprio per il minimale impegno che richiede è un'ottima lettura per chi si vuole avvicinare all'argomento trattato. Infatti, mettere in discussione il proprio consolidato Sistema di riferimento è quanto di più difficile un uomo possa affrontare (a livello interiore è una vera impresa, non impossibile a dire il vero), ma altrettanto difficile è credere che si possa disobbedire alle leggi dello stato. Possono esse essere così ingiuste (e sbagliate) da indurre un uomo a resistergli? DISOBBEDIENZA CIVILE è il libro giusto per iniziare a dubitare del ruolo del cittadino. Ci si chiede: il nostro compito è solo quello di docili agnellini ubbidienti, anche quando siamo solo carne da macello, o forse uniti possiamo ribellarci all'idea che ci inculcano fin dalla nascita, ovvero che il gregge è la salvezza e il buon pastore vuole solo il nostro bene? Il breve libro di Thoreau è un piccolo seme raro che porta in sé il futuro fiore della giustizia. Visto il valore, sta a ognuno di noi decidere se lo vogliamo piantare nel nostro giardino. Tutto sommato, lo sentite vero, che vale la pena vantarsi di certe colture...
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GLI SDRAIATI
In un libricino di 90 pagine, nei margini a disposizione, ho scritto chiaramente e distintamente, leggibilissimi fra l'altro, 4 "bellissimo", 4 "cazzo", 7 ":-)", 10 "ah ah ah", 1 "scrive proprio bene", e non ho contato tutte le sottolineature che ho messo, insomma mi è piaciuto un sacco. Ho apprezzato molto il contenuto, che condivido in toto, e altrettanto lo stile, soprattutto l'ironia. Nell'ultima pagina, dove riporto il giudizio ho scritto: "bello, finale troppo ottimistico ma forse è così". Appena finito mi sono permesso di consigliarlo ad alcuni genitori (dovrebbero leggerlo TUTTI i genitori) e subito ho incontrato una mamma a cui non era piaciuto. Mi sono meravigliato e ho ascoltato con interesse le sue argomentazioni. Ecco, appunto, io li chiamo libri specchio perché aiutano a vedersi e li ritengo i migliori da leggere. Il problema di questo genere di libri è che oltre a stimolare il pensiero, a volte riflettono l'immagine di chi li legge. Per tale motivo, essendo l'individuo medio allergico alla propria immagine riflessa, molte persone anziché mettersi in discussione preferiscono criticare lo specchio. Chi vuole intendere intenda. Sia chiaro è un ottimo libro, piacevolissimo da leggere, scritto benissimo tra l'altro, ma se un lettore lo desidera può anche usarlo come specchio. È particolarmente consigliabile a padri, madri e figli adolescenti. In realtà tutti dovremmo guardarci dentro ogni tanto. Leggetelo, anzi guardiamoci...
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SENZA SANGUE
Perbacco - credo sia un buon romanzo - ma io non l'ho capito! Premetto che Baricco è uno dei miei autori preferiti sia per stile che per i contenuti. Un giorno, in libreria, mi sono scontrato con questo breve romanzo di 100 pagine. Visto, comprato e letto in due sere (due mezz'ore e via, tre se si è lenti). A dire il vero non ho prodotto una sola sottolineatura in tutto il libro (forse ero privo di matita) ma ugualmente nell'ultima pagina ho sparato voti lusinghieri per la prima e seconda parte, voti "più che suff" si diceva un tempo, poi però non ho capito il finale e ho optato per un diplomatico 6 a tutto il libro. A fianco ho scritto un lapidario "che mi voleva dire?". Il fatto è che per me capire il messaggio è fondamentale. Se invece resto appeso al punto di domanda finale mi scordo di tutta la Bellezza precedente e mi arrovello alla ricerca del significato. Ci deve pur essere un senso, o no? Nel libro invece prevale il non detto e per tale motivo, nonostante lo stile scorrevole e la storia sia di facile comprensione, la volontà dell'autore può risultare non immediatamente fruibile. Da ciò si capisce che la mia valutazione va presa con le pinze, il problema potrebbe essere solo mio. Allora una soluzione c'è. Poiché il costo del manoscritto è meno di una settimana (lavorativa) di caffè (mi riferisco a quelli che ne bevono uno solo la mattina al bar), e il tempo necessario a leggerlo è pari a meno di 5 telegiornali nazionali, suggerisco un baratto: rinunciate alle 5 tazzine di caffè e ai 5 tg. Fatelo solo per una settimana, non di più. Con i soldi risparmiati vi comprate SENZA SANGUE e al posto delle notizie vi leggete un romanzo che per vostra fortuna parla comunque di guerra, violenza, sparatorie, vendetta, bambini feriti e amore finale. Insomma c'è tutto il pathos che può darvi un caffè coi colleghi o il solito drammatico tg, solo che è sottoforma di lettura. Sembra la stessa cosa ma vi assicuro che gli effetti sulla psiche e sul fisico sono completamente diversi. Se alla fine il libro non vi piacerà, pazienza, tutto sommato ci avete provato, a prendervi cura di voi stessi...
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ERETICI
Gli opposti, ovvero, la secolare storia delle due fazioni più antitetiche al mondo, il numericamente consistente gregge da una parte e la quasi solitaria Pecora Nera dall'altra. In altre parole, da un lato troviamo la sterminata vastità del popolino che, in ogni epoca, ha sempre preferito sostenere il Sistema, il vivere tranquillo, il proprio conosciuto dolore, la sua sopportabile infelicità, il suo conformismo camaleontico, dall'altro lato l'uomo solo, l'eroe, a volte il martire, talvolta il capro espiatorio, spesso il disadattato. Da che mondo è mondo, nelle classi medie e impigrite dal benessere, troviamo coloro che amano la sicurezza delle loro piccole miserie quotidiane, e di solito ad ogni latitudine del pianeta, senza distinzione di genere, etnia, religione, nazionalità o ideologia politica funziona così: la maggioranza pasciuta ama la pace sociale, anche se essa è possibile solo grazie allo sfruttamento o all'assoggetamento in semischiavitù, se non peggio, di altri uomini, siano essi i propri vicini di casa o sconosciuti che vivono in capanne lontane. I lettori quindi che preferiscono tenersi stretto il loro comodo divano non prenderanno mai in considerazione un libro che parla di eretici. Il cittadino medio, fosse pure necessario accettare un governo dispotico o dittatoriale, non metterà mai in discussione il Sistema ipocrita che lo sfama, ovvero se stessi, ciò significherebbe rinunciare a una parte dei propri privilegi per ridistribuire equamente le ricchezze del mondo. Sono pochi gli uomini e le donne che accettano di guardarsi allo specchio, esso è eretico per definizione, riflette sempre il reale. Quindi si prosegue a vista da secoli e ognuno vive come crede - e quindi legge - ciò che più gli garba. Si chiama libertà, anzi, Libertà di arbitrio, concetto tanto più amato e declamato, proprio dove più manca. Ma se essa appunto - la Libertà - esiste la dobbiamo proprio a coloro che hanno avuto il coraggio di ribellarsi, di rompere gli schemi, di gridare il dissenso, di passare ai fatti e persino di uccidere per non farsi ammazzare, farsi ammazzare magari dal lavoro o solo dalla noia. Uccidere qui è ovviamente inteso come metafora, poiché la vera forza sta nel pensiero più che nella spada. Dal punto di vista letterario ERETICI è un libro "normale". Non è un romanzo indimenticabile, non è un saggio illuminante, non è una raccolta di gradevoli racconti, è solo un buon pezzo di pane fatto in casa da gente onesta. Quindi, parlando di Libertà, si può decidere se sedersi alla tavola pantagruelica di un Re e non avere abbastanza occhi per scegliere cosa mangiare, oppure si può essere ospiti di una famiglia modesta ma generosa e onesta che, nonostante fatichi a trovare il cibo, vi offre l'unico pezzo di pane che ha. Io non ho dubbi da che parte stare: io sto con gli ultimi, i diseredati, i poveri, gli emarginati, i diversi, loro sono l'eresia del nostro buio mondo. Loro sono lo specchio che non vogliamo vedere. Pensateci, la prossima volta che entrerete in una libreria, siete liberi di scegliere come nutrire i vostri pensieri...
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ALLA FONTE DELLE PAROLE
Provate a immaginare se un giorno Samantha Cristoforetti vi invitasse a sedere sul sedile posteriore di un jet militare. Non necessariamente per fare un giro con lei, solo per una lezione di volo di un paio d'ore. Beh, se non sapete chi è Astrosamantha navigate un po' in rete. Il suo curriculum è da spavento, e ovviamente prima ancora di essere astronauta, è stata una pilota di caccia. Finalmente, dopo aver indossato tuta e casco - fa più figo - vi siete accomodati sul sedile. Vi hanno persino allacciato le cinture. Solo l'emozione di essere lì valeva il prezzo del biglietto. Vi guardate in giro pieni di meraviglia e non osate toccare nulla. Nonostante siate dei convinti pacifisti e i militari vi stiano un po' sull'anima, vi verrebbe voglia di premere tutti i bottoni, anche quelli dei missili. Siete pronti? Davanti a voi c'è un illustre ingegnere aeronautico che vi introdurrà alle nozioni base dell'aviazione, all'etimologia stessa del volo. Astrosamantha inizia a parlare e voi, casco in testa, occhi pieni di stupore e cuore colmo di gioia, l'ascoltate. State per tuffarvi - teoreticamente - dentro le nubi. Samantha è sorridente, disponibile, accogliente e comincia a spiegare la portanza delle ali, quanta spinta danno i motori, dove si trova la leva per salire, cosa fanno i pedali, a cosa servono i monitor, le lancette, i pulsanti ecc ecc. Siete entusiasti anche se certe cose proprio non le capite. Restate zitti. Samantha prosegue entrando in ogni dettaglio, caspita se è brava, sempre più nel dettaglio, è troppo brava, va a mostrarvi il particolare del dettaglio, cavolo, troppo, la minuzia particolareggiata del dettaglio, aiutoooo... Avete già capito vero? Ora obietterete che Andrea Marcolongo non è Samantha Cristoforetti e che un volumetto di fogli rilegati assieme non è un jet militare. Mmmmm, secondo me dipende da quale mezzo una persona usa abitualmente per volare. Per me Andrea Marcolongo è una grande pilota anche se non conduce aerei supersonici ed è abilissima a navigare con le parole. Ne ha le competenze, come la Cristoforetti, è pure lei è un ingegnere, non di navi spaziali, ma della lingua italiana. Ecco perché ho scelto Andrea Marcolongo come scrittrice abilitata a portarmi teoreticamente in cielo, anzi nel firmamento di quelle perle invisibili che tanto bene o tanto male sanno fare all'uomo. Non vedevo l'ora di partire con lei e con il suo libro di etimi. Avevo già volato con i suoi libri: per capirci, Lufthansa, prima classe, ottimo servizio, personale impeccabile, grande compagnia. Stavolta però è stato un viaggio complicato. Il problema è che Andrea Marcolongo non è solo brava, è troppo brava. Senza retorica! Lei viaggia veloce sulle ali del sapere e non è il suo libro ad essere troppo astratto, sono io che sono un passeggero troppo terreno. Per quello l'ho comprato, per farmi innalzare, ma sono arrivato da lei con i miei duri scarponi da montanaro capaci sì, ostinatamente, di portarmi in cima al monte dove pensavo di allargare le braccia e godermi il vento in faccia, ma nonostante il panorama fosse mozzafiato mi ha lasciato anche un po' deluso. La Marcolongo sa davvero librarsi in volo, basta aprire il libro a caso e wow, Andrea ti volteggia di fronte e tu la guardi con gli occhi sgranati di meraviglia e un po' di invidia. Vorresti seguirla in quel vuoto che invoglia a lanciarsi, ma servirebbe almeno sapere condurre un parapendio o un deltaplano. Meglio ancora sarebbe avere un brevetto di volo per le lettere. Figuriamoci poter fregiarsi del titolo di aviatori linguistici professionisti. Credo abbiate capito la metafora. Il libro è strepitoso ma non è per tutti, lo si gode a metà se non si hanno delle basi umanistiche solide, minimo il liceo classico. Ma non è solo quello: a volte l'autrice si perde in sue considerazioni personali un po' gratuite. Avete presente quando il capitano parla al microfono e vuole fare il piacione o si lancia in certe uscite un po' noiose? Boh... Il libro, indiscutibilmente, è un gran bel libro per gli appassionati di etimi, ma a volte è dispersivo. Ecco spiegato perché ho associato la Marcolongo alla Cristoforetti, anche lei è una top gun, ma ora sta a voi decidere se volete sedervi sul suo seggiolino di dietro e accettare un giro con il suo libro. Potreste gongolare dall'ebbrezza del volo o vomitare per certi vuoti d'aria, ma non date la colpa a lei, lei ha fatto egregiamente il suo lavoro, probabilmente la discriminante è il bagaglio culturale con cui siete saliti a bordo. In ogni caso, potreste affrontare il libro come una sfida, si sa, volere è volare.
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SAPIENS - DA ANIMALI A DEI
Ma SAPIENS - DA ANIMALI A DEI, è un buon libro o sarà meglio lasciarlo sullo scaffale? Per saperlo leggete in internet un po' di recensioni. Troverete sostanzialmente due schieramenti: da una parte una minoranza un po' fanatica e agguerrita, i cosiddetti amanti della scienza, composta da moderati e gradevoli competenti addetti ai lavori o semplici persone con il pallino della ricerca e della bibliografia (ma anche da piccoli sacerdoti saccenti che hanno divinizzato una delle più belle conquiste umane, la Scienza, e la imbracciano come fosse un bazooka sparando ad ogni mosca ignorante che vedono), essi, siano moderati o sfegatati, stroncano di brutto il libro e rimpiangono i soldi buttati per l'acquisto. Dall'altra parte ci sono la massa dei lettori "normali", i cosiddetti "ignoranti" ma entusiasti, che hanno apprezzato il volume come un gustoso ghiacciolo al limone in una torridissima giornata estiva. Il problema è risaputo: in letteratura, come nella vita, serve più qualità o in taluni casi possiamo accontentarci della quantità? Qualsiasi cosa si faccia, la qualità è sempre specialistica, riservata a pochi esperti, richiede tempo e anni di ricerca; è analitica, precisa, profonda, pretende tanta fatica ma dà anche tanta più soddisfazione. La quantità ha esigenze opposte, ma si sa, chi si accontenta gode. Chi vince dunque? Secondo me Harari ha volutamente scritto un libro di divulgazione scientifica alla portata di tutti. Ha ovviamente preso spunto dalle ricerche che lo hanno preceduto, ne ha fatto un gradevole sunto, ci ha messo il suo tocco personale, io in particolar modo ho apprezzato la sua pennellata, lo stile, le sue idee al riguardo (che possono piacere o no), ma se il libro è stato acquistato da 15.000.000 di lettori in 30 paesi diversi, probabilmente un motivo c'è. È comprensibile, scorrevole, nutriente e disseta da matti. Letteralmente piace, lo si divora più che gustarselo. Quindi a voi decidere! Se sulla storia dell'umanità ne sapete quanto o più di Piero Angela, allora non comprate il libro. Se però non ne sapete tanto ma avete tempo di studiare tomi specifici, di fare esami e avete ancora tanta voglia di faticare, l'università vi aspetta. Se invece appartenete alla maggioranza dei lettori, ovvero siete "normalmente ignoranti" ma un improvviso ed inaspettato rigurgito di passione storica ha eruttato dentro di voi, allora il saggio di Harari fa al caso vostro. Siete del terzo tipo vero? Siete come me, avete una gran sete ma il ghiacciolo non vi va di farlo, per cui lo comprate già pronto. Dunque ammettiamolo senza vergogna: ci ricordiamo poco o niente di quanto abbiamo studiato mal volentieri a scuola. All'epoca la storia era solo una sequenza di date o avvenimenti narrati in modo nozionistico, era di una noia mortale, e poco di quel sapere è rimasto a disposizione. Ora, dopo tot anni, chi ha voglia (e il tempo) di farsi il gelato da sé? Harari ci offre un appiglio di salvezza: ci permette di apprendere le stesse nozioni ma con leggerezza ed egotistica soddisfazione. Se a scuola avessimo studiato preliminarmente su simili testi, saremmo stati noi stessi poi, i primi a voler approfondire. Se quindi anche voi siete come me, come tutti, tanto "normali" e un po' "ignoranti" e socraticamente sapete pure di esserlo, "ignoranti" intendo, non potete restare tali. SAPIENS è un libro da comprare! Non risolverà il problema alla radice ma una minimale parte della sete verrà placata. Per quanto riguarda la "normalità" invece, io conosco un buon analista che potrebbe aiutarvi...
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1984
C'è poco da dire: leggetelo!
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FAHRENHEIT 451
Chi adora il genere distopico, ma ancor di più chi ama i libri, sicuramente già conosce Fahrenheit 451. Per chi non ne ha mai sentito parlare, invito a leggere le recensioni sul web. Per quanto mi riguarda mi è impossibile farla. Non scomodo l'amore perché non mi sono mai innamorato di un libro, non è neppure il mio preferito, poiché se è vero che è tra gli indimenticabili, è altrettanto vero che sono così tanti che non ho una classifica in testa. Il motivo per cui non mi cimento in un pubblico elogio è perché ne farei una sintesi noiosa e semplicistica. Secondo voi è possibile descrivere l'incanto dell'aurora boreale, il nostalgico passaggio di una locomotiva a vapore, l'infinito amore di una madre col suo neonato in braccio, l'ipnotica vista aerea di una metropoli al tramonto, il volto sfigurato dall'orrore di un soldato in guerra, l'apocalisse negli occhi morenti di un bambino denutrito in Africa, il fascino di una iena mentre sbrana una carcassa d'animale, l'eleganza del Concorde che decolla, il volo plastico di un saltatore con l'asta, gli occhi di un uomo condannato a morte, tagliaaaaaaaaaaaa... Ebbene, la lista della Bellezza è senza fine ma per quanto mi riguarda, leggere Fahrenheit 451 è come passeggiare tra le stanze di un'importante mostra fotografica e restare in silenzio di fronte alle varie gigantografie. Siano esse spietatamente drammaticche o dannatamente belle, colgono esattamente l'Essenza di quanto rappresentano. Si può quindi descrivere il potere ipnotico che ha "una" verità quando si presenta in modo così chiaro? Questo è Fahrenheit 451 per me: in un ipotetico museo di libri, lui sarebbe esposto. Me ne starei lì, ad ammirare la copertina e a godermi le sensazioni che mi ha trasmesso, in una sorta di gratitudine per quanto ricevuto. Mi appare quindi riduttivo dargli un giudizio: ovvio che è lusinghiero, ovvio che mi ha rapito leggere di un ipotetico futuro, che però sembra ripetersi drammaticamente uguale in ogni tempo (dalle feroci dittature passate alle più fini ma astute distorsioni capitalistiche attuali), dove un regime oppressivo ma che come sempre si presenta sotto paternalistiche e amorevoli vesti, usa una forza di polizia e di pulizia, i pompieri, i quali in modo spietato ma legittimo hanno il compito di dare fuoco a degli oggetti pericolosi e proibiti, i libri, che i cosiddetti ribelli si ostinano a tenere nascosti in casa. Come vedete, la trama è già di suo geniale, fosse almeno scritto male, ma neppure quello. Quindi, se per acquistarlo abbisognate delle confortanti e competenti parole degli esegeti professionisti (attenti però che essi non siano pagati da un famigerato malefico Regime Editoriale che tramite la sua becera propaganda vi induce a comprare libri orribili ed illeggibili spacciandoli per dei classici senza tempo), potete rivolgervi al web. Se invece volete vedere una bella foto di voi felici, ambientata in un ipotetico futuro, in visita presso il più bel museo che esista, casa vostra, in contemplazione davanti a un libro, acquistate Fahrenheit 451, andate davanti a uno specchio e fate click in sua compagnia. È un futuro di Bellezza assolutamente alla vostra portata, poiché la vera distopia sarebbe un presente nel quale voi, dopo aver letto la mia recensione (che finge di non esserlo ma che lo è), avete mangiato la foglia e capito il doppio gioco in corso, e poiché siete più astuti dei pompieri di Viggiù, avete compreso che io, pur presentandomi come un ribelle semianalfabeta, in realtà sono un astuto complice della propaganda della Dittatura Editoriale e per tale motivo non andrete mai a comprate Fahrenheit 451. Siete tosti, eh? Stavolta non vi siete fatti fregare. È proprio vero: a volte la realtà è peggiore di una distopica fantasia... PS: andate a cercarvi la canzoncina dei Pompieri di Viggiù del 1948, è deliziosa.
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SONO GRADITI VISI SORRIDENTI
Ho una tale ammirazione per Franco Antonello che se potessi incontrarlo resterei di fronte a lui in Silenzio. Faccio così a teatro, al termine dello spettacolo: se mi è piaciuto troppo non riesco ad applaudire. Sono talmente soverchiato dalla Bellezza che mi tacito, sia con le parole, sia con il battimani. Mentre tutti attorno a me manifestano il giusto riconoscimento, io sono sopraffatto da quanto ricevuto. Sarò strano ma sono fatto così. Una sensazione simile la provo ogni qualvolta mi imbatto in Andrea e Franco Antonello. Ricordo ancora la prima volta che accadde, fu con il servizio di Giulio Golia delle Iene. Rimasi folgorato! Non esagero - stecchito - incantato davanti allo schermo. Da allora li seguo sempre. Riguardo il libro: non lo giudico bello o brutto, non mi interessa farlo per principio, fosse stato pure illeggibile per me Franco resta un Esempio di Padre e di Uomo. Andrea poi è irresistibile oltre che bello come il sole. Quindi non ho letto la loro opera aspettandomi qualcosa di sublime, di mestiere non fanno gli scrittori, ma l'ho fatto solo per stare un po' in loro compagnia. Fatelo pure voi. Prima però è meglio se conoscete la loro storia, cercatela dunque con interesse e godetevi il viaggio. Verrete rapiti dal loro rapporto: Franco è un padre eccezionale, Andrea un ragazzo d'oro. Conoscendoli è probabile che pure voi restiate senza parole e forse, concorderete con me che ci sono manifestazioni della Bellezza che non vanno applaudite ma meritano essere contemplate in rispettoso Silenzio... PS se volete applaudite, ma se potete fate di più, sporcatevi le mani!
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L'ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE
Faccio una cosa che non si dovrebbe fare, vi spoilero il libro. Dio, noooooo, non farlo! Anzi, farò ancora di peggio, copio e incollo l'intera trama da Wikipedia. ORRORE!!! Tranquilli, lo faccio per il vostro bene. Vi aiuterà a decidere se acquistare il libro o no. Solo alla fine vi metterò anche le mie considerazioni. Trama: Tomàs deve incontrarsi con Arianna, una ragazza che ha appena conosciuto a una conferenza intitolata Il peggiore dei mondi possibili, ma lei gli telefona e rinuncia all'appuntamento. Deluso, Tomàs si reca al mare, dove sul molo viene aggredito da un balordo e sta per annegare. Al risveglio si ritrova alle Terme dell'Anima, dove viene accolto da Stella Maris e dal Direttore. Con l'aiuto dei Maestri Uma (l'Allenatrice della Palestra dell'Anima), Noah (il Medico delle Acque che parla per sentenze), Lys (la Massaggiatrice di Anime) e Andrea (il Cantastorie che rac-canta filastrocche simboliche) Tomàs inizia un percorso che lo conduce a vincere le sue paure, ad imparare a guardare dentro di sé, a riconoscere e accettare i propri desideri. Durante questo percorso (durante il quale ripercorre le varie fasi della sua vita imparando a considerarle in modo più positivo) Tomàs conosce Morena, attrice delusa dai suoi rapporti con il regista Mokò e dagli uomini inconcludenti, e Polvere, riparatore di windsurf insoddisfatto e cinico. Al termine del percorso Tomàs capisce che il suo vero desiderio è trovare la sua anima gemella, e che questa è Arianna. Accetta per questo di superare la prova della morte, per cui si deve gettare in una cascata: anche Morena si è gettata, Polvere non ne ha il coraggio. Sulla cartella di Tomàs redatta al suo arrivo da Stella Maris c'era una frase: durata del soggiorno da definire; Tomàs pensava che si riferisse al suo soggiorno alle Terme dell'Anima, invece è riferita alla sua permanenza nella dimensione che gli uomini chiamano vita. Tomàs si risveglia dopo qualche ora ancora nell'acqua ma riprende le forze e riesce a tornare all'automobile. Su una rivista legge la notizia di una diva che è caduta in acqua durante una crociera ma è stata ritrovata viva (Morena), mentre di un windsurfer disperso (Polvere) non si hanno più notizie. Tomàs ha perso il numero di telefono di Arianna, l'unico contatto che aveva con lei, ma sente che riuscirà a ritrovarla; nella stessa rivista legge un breve articolo di una filosofa che scrive filastrocche e che racconta, rammaricata, la storia del suo mancato appuntamento con l'uomo nel quale aveva creduto di vedere la propria anima gemella: Tomàs riconosce la vicenda di se stesso e Arianna, la cui foto compare tra quelle dei collaboratori. Fine della trama. Siete sopravvissuti? Io no, non sono riuscito a terminare il libro. Devo ammetterlo, fin dove sono arrivato, a circa un quarto, l'ho pure sottolineato in molte pagine, ma inutile negarlo, non mi ha preso. La scrittura non è niente di trascendentale, gli stessi contenuti potrebbero essere espressi in modo molto più elevato, ma quel che è peggio, è caotico e confuso nella trama. Non si capisce niente. All'inizio può imbrogliare un po' se si ama il genere "Gramellini", ma stavolta vale più la copertina che il contenuto. L'ultima riga delle favole mi è stato regalato, presumo perché l'argomento avrebbero dovuto illuminarmi un po' (all'epoca dovevo risultare piuttosto fioco agli occhi della donante) ed io ho provato ad onorare il suo presente, ma aveva ragione lei, io sono troppo terreno per simili vette simboliche. Libro adatto alle persone spirituali che già amano l'autore, altrimenti, per chi come me vive ben ancorato sulla terra, è dura comprendere certe mega metafore...
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IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Vi è mai capitato di ricevere un consiglio, con un sincero e amorevole trasporto, e avete sentito subito che la cosa non vi ispirava? A me è capitato dozzine volte. È una sensazione di pelle, un "non so perché ma non fa per me". Spesso il motivo è dovuto da due delle prerogative più spontanee e diffuse tra gli esseri umani: l'ignoranza e il pregiudizio. Per ignoranza non intendo solo la mancanza di conoscenza ma soprattutto dell'esperienza che vi viene proposta, per cui un po' è perdonabile. Sul pregiudizio c'è poco da dire, beato chi non li ha. Io ne sono particolarmente dotato e ovviamente ho messo in pratica questi difetti ogni qualvolta la Vita mi faceva incontrare i lusinghieri commenti sul romanzo della Harper Lee. La mia reazione era sempre la stessa: "mmmm... è un libro vecchio, ha un titolo poco intrigante, l'argomento lo conosco bene, mi dà una sensazione di superato, di stantio, di lento, di soprammobile della nonna anni sessanta, con tanto di centrino bianco inamidato". Chi conosce il libro starà pensando: "eh, bravo mona!", e non a torto. Nell'ordine, la trama: per nulla scontata, decisamente avvincente, ben sviluppata dalla prima all'ultima pagina. La scrittura: piacevole, ricercata, fluida, divertente, profonda, un vero godimento. Scout: ahhh, come si fa a non amare una bambina così? È una delizia seguire i suoi giovani pensieri, ti verrebbe voglia di abbracciarla. Poi ci sono gli altri, i compagni di giochi di Scout: che gruppo fantastico, pare di stare lì con loro, a passeggiare in quelle strade o nei campi, pronti a scappare via e a ficcarsi nei guai alla prima occasione. Ma uno su tutti, il protagonista del libro, Atticus Finch, il papà di Scout. Che invidia. Vorrei proprio conoscere chi, finito il libro, non ha pensato almeno una volta: "io vorrei essere un papà così". Coraggioso, autorevole, paziente, giusto, colto e mi fermo qua. Ho più difficoltà a mettere in riga i tanti pregi del romanzo che a ricordarmi un solo difetto. Mi sono innamorato, ecco, la sensazione che provo è quella di un grandissimo affetto per tutti, autrice e protagonisti. Ok, si è capito, la finisco qua o finirò per annoiarvi. Insomma è un ottimo libro, ve lo suggerisco, salvo che sui consigli non siate come me...
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FIORI SOPRA L'INFERNO
Lo ammetto, ho comprato il libro di Ilaria Tuti per campanilismo, perché non solo è una giovane scrittrice friulana, ma è addirittura Gemonese, una mia compaesana. Da un po' di tempo ne sentivo parlare molto bene ma rimandavo l'acquisto perché erano almeno vent'anni che non leggevo un romanzo poliziesco. È un genere che proprio non mi interessa, a prescindere dal capolavoro che posso ritrovarmi tra le mani. Non mi va di leggere storie di tagliagole, killer seriali, criminali e di tante altre orribili porcherie perpetuate dagli esseri umani nei confronti dei propri simili. Mi basta la realtà. Ma per una scrittrice Gemonese ormai famosa, sono andato contro natura. Devo ammettere che il romanzo mi è piaciuto. La storia è buona, nulla di diverso dal solito cliché che prevede delle vittime, uno o più cattivi da scovare e i buoni in difficoltà che devono dargli la caccia. Tralasciando quindi l'impalcatura che regge tutti questi tipi di romanzo, resta da analizzare la scrittura e i personaggi. Ottimi entrambi. La Tuti scrive egregiamente, e già questo depone a suo favore ma il valore aggiunto è aver azzeccato la protagonista. Avete presente l'Ispettore Derrick o il Tenente Colombo? Mmmm... Forse è roba vecchia, quanto me, ma i due famosi poliziotti televisi devono la loro fama per i tratti caratteristici dei loro personaggi. Qui è uguale: la commissaria Teresa Battaglia è il motivo del successo della Tuti. È un personaggio ottimamente costruito: intanto non è la solita giovane poliziotta strafiga, finalmente oserei dire, ma è una donna normale già avanti con le primavere, affaticata dall'età e con il corpo che collabora sempre meno. La sua decadenza fisica è però compensata da una gran bella testa pensante e una sempre più evidente poca voglia di parlare. Ri-finalmente! Viva Teresa Battaglia, l'antitesi vincente alle stra- abusate eroine moderne. In sostanza, nonostante non mi piacciono i thriller me lo sono scolato in poche ore. Alla fine pure io volevo capire chi era il cattivo, ma più del mistero mi sono goduto Teresa. In sintesi sono più che soddisfatto di essermi concesso una pausa dalle mie letture abituali. Fra un po' mi toccherà leggere il seguito e non lo farò per compiacere una paesana (che non conosco) ma perché ho voglia di vedere come sta Teresa e come le vanno le cose in commissariato e nella vita privata. Complimenti Ilaria, successo meritato!
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UOMINI E TOPI
Ci sono autori o libri che non vanno spiegati, farlo sarebbe come aggiungere un pugnetto di sabbia bianca ad una parata di magnifiche palme allineate su isola mozzafiato in mezzo al blu dell'oceano Pacifico. John Steinbeck è John Steinbeck, e Uomini e Topi è Uomini e Topi. Punto. Che senso ha presentarmi a voi e scaricare con la mia misera carriola cigolante, mezzo cubo di fini parole per dirvi che in quel posto il mare, la spiaggia, il clima, la gente dell'isola è meravigliosa? Il risultato sarebbe un anonimo cumulo di sabbia che non aggiungerebbe nulla al posto, salvo che poi dovrei pure spianarla. Fatica sprecata. Lascio quindi alle agenzie di viaggio specializzate mostrarvi le foto e le didascalie del posto, io posso dirvi che ci sono stato ed è veramente quello che vi vendono. Quindi fateci un pensiero, il luogo non è lontano, basta raggiungiere la libreria più vicino e comprare Uomini e Topi. Poi dovete solo stendervi sull'amaca, farvi accompagnare dallo sciabordio delle onde e godervi il libro. John Steinbeck, Signore e Signori, questa sì che è letteratura. PS: meglio che mi spieghi: Uomini e Topi parla di tutt'altro, poiché sulle lontanissime e paradisiache spiagge dalla sabbia bianchissima non ci finiscono solo i ricchi e pasciuti turisti occidentali ma ci vivono anche i cani randagi che, come tutti gli esseri viventi, da qualche parte devono pur lasciare le loro deiezioni. Ecco, John Steinbeck è un Maestro, un Dio con la macchina da scrivere capace di mostrarti il paradiso in terra e contemporaneamente farti notare come vivono i randagi. Steinbeck ha una così mostruosa capacità letteraria che nel leggerlo potrete sentirete il profumo della noce di cocco appena aperta allietarvi le narici, salvo che il vento non vi volti una pagina e vi arrivi l'odore di chi, reietto, ha dovuto accontentarsi di fare la cacca all'aperto. Si può scrivere cacca vero? Comunque, a onor del vero, sempre sopra una magnifica distesa di fine sabbia bianchissima...
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LA PROFEZIA DELLA CURANDERA
Ho acquistato il libro per curiosità, poiché nonostante l'argomento non fosse di mio interesse, ne avevo sentito parlare sempre bene. Così un giorno ho deciso che era giunto il momento di avvicinarmi al mondo degli sciamani e delle curandere. Non avevo motivo per credere che non esistessero o fossero mai esistiti, non avevo quindi alcun pregiudizio in merito, casomai una grande voglia di conoscere. È stata una lettura piacevole per il primo terzo di libro. Nulla di letterariamente sorprendente, né per originalità né per qualità della scrittura ma all'inizio mi ha intrigato conoscere le tradizioni sciamaniche andine e mi ha fornito anche qualche spunto di riflessione. Chi ama il genere spirituale e di ricerca interiore apprezzerà soprattutto questa prima parte. Potremmo dargli un voto alto, anche un 8, perché no? Poi la narrazione comincia a perdersi nella storia d'amore dei due ragazzi. Niente di ché, poco meno di uno scontato romanzetto rosa, ma ormai c'ero dentro e dovevo continuare. Alla seconda parte posso ancora concedere la sufficienza, ma le prime avvisaglie di un finale in calando hanno cominciato a manifestarsi. La terza e ultimate parte è diventata un po' noiosa e ripetitiva. La protagonista supera le prove da curandera e la storia d'amore non vi dico come va a finire. Qualcuno vince, qualcuno perde, è normale. La profezia della curandera è il classico libro che parte bene ma arriva al traguardo senza magia. Forse sarebbe meglio se partisse male e finisse in crescendo perché lascerebbe meno amaro in bocca. Non so, non mi ha convinto.
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CONGO
Quando non riesci a staccarti dalle sue pagine, quando ti devi fermare per riprendere fiato, quando tra te e te non trovi le parole per commentare e guardi in aria pensando, "cazzo", quando vince lui - stravince lui - quando lui ti possiede e persino il sonno e la stanchezza vengono vinte dalla voglia di continuare, e quando solo perché sono venute le due di notte e ti vedi costretto a spegnere la luce per obbligarti a dormire un po' (ma il giorno dopo non vedi l'ora di andare a letto per continuare a leggerlo), beh, allora hai tra le mani un capolavoro: Congo! Dentro un simile gioiello non troverete solo la storia dell'immenso stato africano, affascinante, sorprendente, emozionante, ben scritta, documentata, attendibile e avvincente, dentro quella tragedia mondiale potrete constatare cos'è stata la colonizzazione dell'Africa centrale e quale sia la responsabilità collettiva dei bianchi, dei ricchi, dei dominatori, dei possessori di capitale, degli imperialisti di fine ottocento e di come questa responsabilità, a distanza di secoli, riguardi ancora oggi ognuno di noi. Se leggerete Congo non sarà come fare una scampagnata nei campi dietro casa, una passeggiata sui dolci colli degli Appennini toscani, una camminata di ore per raggiungere un laghetto alpino in quota, sarà di più, leggere Congo sarà come conquistare la vetta di un seimila metri, non serve scomodare gli ottomila, a seimila si sente già che l'ossigeno scarseggia, ma quando si torna giù da simili vette di Bellezza, ci si guarda dentro e si capisce che non sarà più come prima. Un seimila non si scorda facilmente, e state pure tranquilli, non servono gli sherpa, sarà il libro a portarvi lassù. Congo è il classico mattone, 700 pagine, e come tutti i libri di spessore fa una certa impressione. Non dovete preoccuparvi, come già detto, fino a metà libro non riuscirete a staccare gli occhi dalla vetta. Non solo è scritto divinamente ma la storia della Repubblica centro africana è così terribile che proverete compassione per tutto quel dolore versato per il benessere occidentale. Di quel tempo e di adesso. Spesso resterete senza parole di fronte a quanto perpetrato dai bianchi per accaparrarsi le immense risorse minerarie dell'ex colonia belga. Leggerete di re Leopoldo II (uno dei più atroci criminali internazionali mai esistiti, insignito con altissime onoreficenze, che ha causato milioni di morti per esportare avorio e gomma per pneumatici), dei suoi successori, del grottesco tentativo di fare del Congo una repubblica e del catastrofico risultato che ne è scaturito. Non se ne parla mai ma la terza guerra mondiale è già accaduta, altri le chiamano prima e seconda guerra mondiale africana. Ci sono stati milioni di morti, uccisi a colpi di machete, milioni di profughi, genocidi in varie zone di una regione più grande dell'Europa intera, e tutt'ora migliaia di ragazzini vivono come schiavi per estrarre il nostro benessere dal loro sottosuolo. Può dunque un libro che parla di orrori, persino di crudo cannibalismo, essere una manifestazione della Bellezza? Congo lo è, seppure i temi trattati a volte potranno ripugnare. Per tre quarti di libro la narrazione è semplicemente "incredibile" e si resta incollati alle pagine perché è Storia scritta con la S maiuscola. Almeno fino alla prima guerra del Congo, poi il finale diventa convulso. Il paese è già grande e caotico di suo, gli interessi sovranazionali occidentali appoggiano le diverse parti in lotta, le nazioni africane confinanti armano i ribelli, le fazioni interne si fanno la guerra da sole, i bambini soldato sono dei feroci killer addestrati ad ammazzare a sangue freddo chiunque gli capiti a tiro, è un tale tutti contro tutti che si fatica a capire chi combatte contro chi. È un massacro incomprensibile dove la CIA, la Russia e la Cina (e gli interessi capitalistici che proteggono), gettano benzina sul fuoco delle rivalità tribali per fare i loro comodi. L'occidente con le sue istituzioni democratiche a volte sta a guardare, raramente interviene, spesso fa in modo che qualcuno ne possa approfittare. Congo è una scarpinata indimenticabile, un seimila scalato di corsa che guarderete spesso con gratitudine. Quindi allacciatevi gli scarponi e partite. Vi avviso, farà freddo di notte nel letto, al lume di una piccola lampada, salirete in Silenzio e a volte vi sentirete in colpa perché capirete che i vostri sogni poggiano sulla sofferenza di popolazioni lontane, mangerete parole crude e stringerete i pugni per la ferocia di alcuni argomenti, ma arrivati in cima vi compiacerete di aver voluto vedere il mondo da un punto di visto così elevato. La conoscenza sono le vertigini della Bellezza. Buona salita...
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UNA VITA COME TANTE
Wow, wow, wow!!! Avete presente le montagne russe? Guardate da sotto fanno una certa impressione, poi però se ci salite sopra, tempo di partire che neppure vi accorgete del giro. Sono adrenalina pura e quando scendete siete così storditi che vi chiedete se siete tornati sulla terra ferma. Questa è la sensazione che vi lascerà il romanzo "Una vita come tante". Il libro non è proprio un figurino, arriva quasi a 1100 pagine, e come tutte le taglie forti ci vuole una certa volontà per affrontarlo, perciò armatevi di tempra letteraria e partite. Le prime cento pagine sono le uniche impegnative, non certo per la scrittura - ottima - quanto per la necessità di inquadrare tutti i personaggi che si susseguono. Se nella vita reale faticate un po' con i nomi, come me, serve uno stratagemma: io mi sono fatto uno schemino ad inizio libro. Ho scritto i nomi dei quattro amici protagonisti, il lavoro che facevano e ho tracciato i vari collegamenti: genitori, moglie, fratello, amico, amante, collega. Chiarito il contesto il libro è come se raggiungesse l'apice della cremagliera delle montagne russe e inizia una discesa che vi lascerà senza fiato. È una magia, o meglio, è un viaggio tra le vertiginose giravolte del dolore e le repentine risalite della gioia. Più discese che salite a dire il vero. Capiamoci, esistono migliaia di libri indimenticabili ma la maggior parte si fermano a due o tre personaggi principali che si muovono all'interno della storia e con una serie di figure di sfondo. Qui è diverso: di personaggi importanti ce ne sono molti, Jude sopra ogni altro, e sono tutti così abilmente intrecciati, che non solo non si perde il filo, ma la trama è così ricca di significati emotivi che ad un certo punto vi sembrerà di essere lì con loro, a congratularvi o a soffrire per gli accadimenti. A distanza di anni ho ancora la sensazione di essere stato a New York e di aver partecipato agli eventi. L'autrice è così brava nel trasmettere le emozioni ed il romanzo ne è così ricco che permane la sensazione di essere un cugino che da lontano osserva quanto accade a dei parenti stretti. Non vi nascondo che il romanzo trasuda dolore e i lettori più empatici faticheranno a non farsi coinvolgere (preparate i fazzoletti). Il finale rallenta un pelo, ma si è così intontiti dal viaggio che neppure lo si percepisce. Al termine si chiude il libro con dispiacere, consapevoli che è finita una storia, la nostra storia con quel libro. Nel constatare che non ci sarà più Jude la sera a tenerci compagnia si prova una sensazione di mancanza, una specie di sindrome da abbandono. Non tutti i romanzi sono in grado di procurare un simile attaccamento, Hanya Yanagihara ha questa dote: vi allargherà la famiglia. Buona lettura.
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IO, ROBOT
Inutile negarlo, non l'ho finito. Non leggo mai libri di fantascienza, non è il mio genere e per questo non ne possiedo manco uno, ma poiché mi è piaciuto il film IO, ROBOT del 2004 ho pensato di leggere il libro per verificarne l'adattamento. Il film nonostante prenda spunto dal libro non c'entra un fico secco. Il libro di Asimov è una raccolta di brevi racconti riguardanti i robot, i loro guasti, gli interventi degli ingegneri per aggiustarli e del film ha solo il titolo. Delusione totale. Nel libro la fantascienza è "banale", con tutti i limiti immaginativi degli anni 50 e non ha nulla a che vedere con la sofisticata proposta moderna. Neppure la scrittura salva il testo e poiché i temi erano scontati e non mi piaceva lo stile, dopo il decimo racconto ho deciso di abbandonare. È un peccato ma così è stato.
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LO STRANIERO
Lo straniero è uno di quei libri che ami o che non sopporti. Il giudizio dipende fondamentale da come uno subisce o si integra nella società. Chi, dopo anni di tentativi di convivenza con la follia umana, non trova altro rifugio che nel distacco e nel cinismo, nell'apatia e in una lucida accettazione dell'ineluttabilità della condizione umana, si troverà a proprio agio con i pensieri del protagonista. Chi invece pensa che la vita vada goduta ogni giorno, che il bicchiere è sempre mezzo pieno, che di cose pesanti ce ne sono già abbastanza senza andarsele a comprare non apprezzerà il libro di Camus. Il testo è poco più che un racconto e lo si legge in poche ore. Personalmente lo ritengo un grandissimo libro. La storia, il personaggio, il suo cinismo (a volte impressionante) e la scrittura, nulla è lasciato al caso. Ritengo che il miglior modo per approcciare al testo di Camus sia spogliarsi dei propri pregiudizi e provare a leggerlo senza schierarsi, ma accettando che forse nella nostra società di Meursault ce ne sono così tanti da essere quasi la maggioranza. Un uomo che tutto sommato seppellisce sua madre senza provare alcun sentimento, che prova a costruirsi una relazione di coppia ma in fondo non ne sente poi tanto la necessità, che uccide un altro essere umano per sfortuna ma poi si accanisce sul suo corpo con rabbia, che finisce per accettare il pesante giudizio morale della società ancora più del verdetto di un tribunale, non è poi così raro da incontrare. Fortunatamente non tutti sono destinati a commettere un vero omicidio ma di certo molti si rassegnano a vivere in un eterna apatia interiore, senza interrogarsi, anestetizzando il dolore attraverso una continua orgia di relazioni sociali e consumando ogni sorta di compulsione gli venga proposta. Tutto sommato Meursault ha solo scelto di non fingere. Le Monde posiziona il romanzo al primo posto dei migliori 100 libri del XX secolo. A mio avviso è un libro intelligentissimo, costruito a tavolino in ogni suo dettaglio. In sintesi, non è la trama che dobbiamo leggere ma è quello che non non ci piace di questa storia che dobbiamo integrare in noi. Sta qui il compito di un vero lettore, e di tutti gli uomini, andare oltre ciò che ad una prima lettura appare pesante o scontato. A volte non è un brutto quadro quello appeso alla parete, è solo uno specchio girato verso il muro. Basta voltarlo per capire. Libro capolavoro.
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IL GIORNO DEL DIAVOLO
La mia regola, nei confronti di un libro che non mi piace, è concedergli un terzo di lettura o in alternativa se molto lungo, un centinaio di pagine. Il giorno del diavolo ne ha 344 e ho resistito fino a 115, poi ho deciso che non ne valeva la pena. Tutto sommato potevo continuare, in fondo era scritto in modo accettabile e ogni tanto ci si imbatte in qualche lemma intrigante, ma la storia proprio non mi prendeva. Se da una parte la descrizione della campagna delle Endland è piacevole (è decisamente la parte migliore del libro ed è l'unica che salvo), i dialoghi sono mortiferi. Probabilmente si può fare meglio anche con la trama, poiché un libro che coinvolge il diavolo dovrebbe essere per forza misterioso, avvincente e si presume inquietante, invece la cosa più nefasta sono proprio i noiosissimi dialoghi quotidiani tra i protagonisti. Non li ho apprezzati. La trama è troppo lenta e il diavolo o chi per lui non arriva mai, se non come impalpabile lontana leggenda. In sostanza, se gli altri due terzi di libro sono un capolavoro non lo saprò mai, ma il mio tempo non è infinito e altre letture mi reclamavano. Spero di essermi sbagliato nel giudizio ma è andata così. Buona lettura a chi ha più pazienza di me.
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IL CHE - MIO FRATELLO
Bel ritratto di famiglia del Che scritto dal fratello Juan Martin. Non si tratta di una biografia del grande rivoluzionario sud americano ma dell'affascinante descrizione del Che ragazzo e giovane uomo, soprattutto come figlio e fratello all'interno di una normalissima, o forse sarebbe meglio dire eccentrica famiglia. Almeno fino alla partenza per Cuba. Interessante anche la parte relativa al contesto storico di guerra fredda e dittature in cui Argentina e Cuba erano, loro malgrado, inserite. È un libro molto piacevole per tutta la prima parte, gradevole in quella centrale ma con un finale un po' lento. Alla fine lo promuovo con un bel sette e mezzo: sette sarebbe poco, otto un po' troppo, IL CHE -MIO FRATELLO è uno di quei libri "via di mezzo" di cui si apprezza molto il contenuto ed è mancata solo una scrittura graffiante per essere un ottimo libro. Resta una lettura necessaria, non utile ma necessaria, per ricordare uno dei pochi uomini liberi del Novecento che non ha voluto piegarsi a nessuna ideologia se non a quella suprema utopia che vorrebbe gli uomini veramente liberi da ogni forma di oppressione. "Hasta la victoria siempre!" chissà, forse se lo slogan tornasse di moda non sarebbe poi una brutta cosa.
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GIUDA
Per essere certi di non sbagliare nel comprare questo libro bisogna che si verifichino almeno due di queste tre opzioni: essere già un estimatore di Amos Oz, essere intrigati dalla figura di Giuda o gradire le storie d'amore travagliate. Se si verifica solo una potrebbe non piacervi. Approfondiamo. Confesso che Amos Oz non lo conoscevo e sarà pure un gigante della letteratura mondiale ma secondo me questo libro non brilla certo per velocità e bellezza. Casomai è lento e noioso ma meglio che verifichiate da soli, la mia opinione negativa, nel web, è in netta minoranza. A quanto pare è un gran bel libro. Riguardo la figura di Giuda, anche qui bisogna essere appassionati dell'argomento poiché richiede una certa pre-conoscenza (non superficiale) per apprezzare a fondo la visione di Oz. Rivalutare Giuda in chiave positiva e analizzare la figura di Cristo come un uomo nato ebreo e morto ebreo (una ovvietà piuttosto taciuta ai cristiani) non è quindi pane per i denti di tutti. Mi astengo dal giudicare ciò che non ho studiato e tutto sommato non mi appassiona. Infine, la storia d'amore tra Shemuel e Atalia è intrigante ma anche enigmatica e contorta. I tre protagonisti (c'è anche il vecchio padre di Atalia) sono figure psicologicamente complesse, per cui un protagonista borderline sarebbe già più che sufficiente, ma riunire tre anime così criptiche e sofferenti sotto lo stesso tetto crea un certo disorientamento. È comunque la parte del libro più piacevole e facile da seguire, anche se ha un finale deludente. Sullo sfondo resta la storia di Israele, sempre interessante. In sostanza io non sono il lettore più competente a cui chiedere se comprare o no questo libro. Di certo Giuda di Amos Oz non è un romanzetto da leggere sotto l'ombrellone in mezzo alla confusione. Per farlo bisogna essere tranquilli, avere un minimo di basi storiche religiose e voglia di approfondire un argomento controverso, oltre ad apprezzare lo scrittore israeliano. Quindi per non saper né leggere né scrivere (paraculo vero?) gli do tre stelle. Ora decidete da soli se è o non è una buona lettura. Good luck.
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IL MUSEO DELLE PROMESSE INFRANTE
Mmmm... Sono combattuto riguardo il giudizio su questo libro poiché, parafrasandone il titolo, mi pare il romanzo delle promesse infrante. È un libro senza difetti ma non ha neppure un evidente pregio, l'ho letto senza mai annoiarmi ma non mi ha neppure travolto, è scritto (o tradotto) come ci si aspetta ma non sta lì la sua virtù, è una buona storia ma, salvo un episodio cruento, non ha mai momenti "forti", in sostanza lo promuovo - convinto - ma non a pieni voti. C'è qualcosa del tipo: suo figlio è intelligente ma potrebbe fare di più. Nella prima parte l'autrice descrive l'affascinante museo delle promesse infrante, ed in effetti ci si aspetta da un momento all'altro che in uno dei saloni succeda qualcosa ad un oggetto esposto o a qualche donante, invece la storia comincia a rimbalzare temporalmente e geograficamente. Ci si muove tra Parigi, Berlino e Praga in tre epoche diverse dove si intrecciano le vicissitudini della protagonista. Seppure Laure sia una sola e le tre vicende siano legate, lei appare così diversa in ogni circostanza, sia per ruolo che per carattere, che si fatica a vederla sotto un'unica veste. Ci viene presentata un'ingenua ragazza innamorata, una fredda e cinica possibile spia, una distaccata, severa ma anche materna e fragile direttrice del museo ma sono sempre la stessa persona e, seppur le caratterizzazioni funzionino bene, nel complesso risultano un po' scollegate. È come se fossero tre buoni libri incompleti il cui punto di forza doveva essere il "montaggio" (cinematograficamente parlando) ed è proprio quello, a mio avviso, il punto debole. La storia è una sola, molto bella peraltro se ne ricostruiamo la linearità dalla morte del padre, al duro soggiorno in una Praga sottomessa dal regime comunista, al periodo Berlinese (tutto sommato non necessario) al finale nel museo Parigino, ma nel tentativo di farne una trama intrigante il libro nel suo complesso perde smalto. Ecco, forse la sensazione che provo è di rabbia (cosa rarissima verso un libro) perché sento che da un lato mi è piaciuto tanto ma al contempo poteva essere un testo egregio. Mi sono chiesto: e se l'autrice non avesse esagerato con il creare attesa? E se invece avesse costruito una trama meno spezzettata, raddoppiando anche le pagine scritte ma approfondendo il personaggio, sfacettandolo e mostrandone anche i momenti di cambiamento, sia interiori che professionali? Ha fatto bene a scommettere quasi tutto sulle emozioni di Laure, sul suo vissuto senza mostrarne la maturazione? O andava rafforzata la parte riguardante la dittatura? Alla fine si capisce il perché lei fonda il museo ma non era meglio chiudere in grande, ritornando dentro le viscere degli oggetti e strapparci una lacrima? Invece è sempre tutto dannatamente perfetto, certamente intrigante e coinvolgente ma assolutamente lineare, composto, ordinato. Io preferisco il difetto nel capolavoro che la maniacale perfezione dell'ordinarietà. Fortunatamente non tutti sono pignoli come me, quindi sono curioso di sapere cosa ne pensate. Buona lettura.
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IL POPOLO DEGLI ABISSI
Jack London è indubbiamente tra i miei autori preferiti ma stavolta non l'ho apprezzato. Di certo è stato meritevole il suo intento di documentare le condizioni di vita del proletariato a Londra, ad inizio novecento, e per farlo si è finto marinaio e ha vissuto assieme ai più miserabili per alcuni mesi. È diventato uno di loro ed è sopravvissuto in condizioni di povertà assoluta, eppure nonostante il coraggio e il lodevole tentativo, il libro è scritto in modo troppo didascalico e giornalistico per appassionare. Resta il lavoro: l'opera è di grande valore sociale. London redige un dettagliato documentario di come mezzo milione di persone conducessero una vita di miseria quasi assoluta in uno dei quartieri della capitale del più grande impero mondiale del tempo. Il libro quindi denuncia l'ipocrisia del capitalismo e della classe dominante dell'epoca (sempre attuale però) ma è poco piacevole alla lettura. Libro utile per capire che il tempo passa ma il potere continua ad opprimere le masse come ha sempre fatto. Dieci e lode a Jack London come Uomo, appena sufficiente (questa volta) allo scrittore.
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MANUALE DEL RIVOLUZIONARIO
Trattasi di un piccolo libricino di 111 pagine, leggibile in un paio d'ore e dal modesto costo. La parte centrale è noiosa, quella finale è modesta ma il primo terzo di libro è semplicemente ciò di cui tutti abbiamo bisogno: Verità, sublime Verità!!! Per l'amor di Dio, George Bernard Shaw non pretende di avere quella assoluta, però vi butta in faccia la sua con una chiarità di pensiero che, se si è onesti, non troverete altro modo che definirla tale. Non c'è altro da aggiungere, bastano le prime 50 pagine per far si che il libro non possa mancare nella propria biblioteca personale. ATTENZIONE, nel leggerlo si corre un rischio: Manuale del rivoluzionario è un libro specchio, ossia il migliore degli incontri possibili, un amico vero che per fare il vostro bene vi sbatterà in faccia la cruda realtà in cui vivete, a costo di farvi male. E se non vi è mai capitato, sappiate che certi amici sono una vera benedizione. Buona riflessione.
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NOI CHE SIAMO QUI ADESSO
Delusione totale. Tanto era l'aspettativa nel leggere l'ultimo romanzo dell'autore de Il Mondo di Sofia tanto è stato lo scontento nel portare a termine il libro. Si tratta di una "lettera aperta", così definisce il testo lo stesso Gaarder, rivolta ai suoi 6 nipoti. L'intenzione era lasciare un testamento spirituale affrontando in modo filosofico ma un po' troppo paternalistico il "qui ed ora" dell'esistenza. Il risultato è un testo debole dal punto di vista dei contenuti e altrettanto povero a livello di scrittura. Non c'è nulla che sorprenda, salvo alcuni paragrafi al centro del libro. Fino a pagina 111 infatti (su 180 e con un'interlinea abbondante) non c'è nulla di nota se non un ordinato insieme di ovvietà. È una lunga scontata e noiosa premessa per giungere al centro di un ragionamento. Stavo per abbandonare la lettura quando per una decina di pagine Gaarder sembra risvegliarsi e piazza alcuni passaggi degni della sua fama. Finalmente penso, ma dura poco. Casomai peggiora risultando quasi patetico quando si schiera acriticamente proscienza e si scaglia contro le fake news. Il parossismo del suo voltafaccia al principio cardine della filosofia, il dubbio, lo raggiunge con l'esempio dell'ortopedico e dell'astronauta. Ha la fortuna di incontrare entrambi ma critica come uno sciocco il medico da cui va in cura quando quest'ultimo gli confessa di non credere che l'uomo sia andato sulla luna. Caso vuole che da lì a pochi mesi gli venga presentato uno degli astronauti che sulla luna ci sono andati veramente (quindi la conferma di quanto lui crede) peccato che questi asserisca (in molti convegni pubblici) che gli alieni esistono e vanno e vengono continuamente sulla terra. L'astronauta ha qualche decina di migliaia di seguaci in tutto il mondo e Gaarder non se ne capacita. Anche in questo caso lui non fa sconti e spiega a modo suo che l'astronauta è credibile quando conferma che ha messo piede sul satellite della terra mentre non lo è per la faccenda degli alieni. Strano atteggiamento per uno che fa del dubbio il proprio mestiere. Dopo il fastidioso passaggio Gaarder riprende melensamente a scrivere ovvietà. Il testo non mi è piaciuto per nulla. Mi ha dato l'idea di un libro scritto da un anziano ottantenne che ha perso lo smalto della gioventù e nessuno ha avuto il coraggio di dirglielo. Mi spiace perché Gaarder è un ottimo scrittore ma stavolta non arriva alla sufficienza.
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LA CIOCIARA
Ho affrontato la Ciociara con un certo pregiudizio, pensavo fosse un libro "vecchio", non un classico, solo "vecchio", invece sono stato piacevolmente sorpreso. Due cose in particolare mi sono rimaste in testa. La prima è ovviamente la storia: bella, scritta bene, coinvolgente. La seconda è un dettaglio curioso: nonostante Moravia per tutta la prima metà del libro sia piuttosto ripetitivo, poiché continua a narrare in modo sistematico, quasi ostinato, sempre la stessa cosa - la fuga delle protagoniste da Roma - non stufa mai. È stato davvero strano: mentre leggevo mi rendevo conto che l'argomento era ridondante e avrebbe dovuto annoiarmi, invece nonostante le vicende si trascinassero in luuuuuungo e in laaaaaaaaargo, non riuscivo a smettere di leggerlo. Le ore in piena notte passavano veloci ed era Moravia a tenermi lì. È stato una specie di paradosso che dimostra l'ottima penna dell'autore. Poi smette di descrivere sempre la stessa cosa e il libro prende letteralmente il volo. Quindi mi ripeto pure io (tanto per imitare l'autore), avevo comprato La ciociara titubante e ritenevo possibile, se non probabile, che sarebbe rimasta una lettura incompiuta, invece è una storia che tutti dovrebbero conoscere. Il romanzo è di fantasia ma l'ambientazione, ovvero lo sfollamento dei civili da Roma al tempo dell'occupazione nazista, è un avvenimento storico reale che non va dimenticato. Soprattutto le "marocchinate" (andate a cercare quale terribile realtà celi il termine) sono episodi tragici che appartengono alla nostra storia e di cui bisognerebbe parlare ancora. In sintesi, se cercate un bel romanzo, non resterete delusi.
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LA MIA PATRIA ERA UN SEME DI MELA
La gattina frettolosa fa i gattini ciechi, si sa, eppure ditemi chi periodicamente non ricasca nei propri errori. Ovvero, una mia cara amica, grande appassionata di Herta Muller, me ne ha sempre parlato molto bene, sia per la scrittura ma soprattutto per il contenuto, consigliandomi anche quali libri leggere. Me li sono pure segnati in qualche foglio, finito poi chissà dove. In pratica ogni qualvolta ne abbiamo parlato ho pensato di assecondare i suoi utili suggerimenti ma dopo un po' me ne sono sempre dimenticato. Trascorsi un paio d'anni dai consigli (finalmente direte voi), un giorno mi ricordo della grande scrittrice tedesca (premio Nobel) ed entro in libreria per colmare la lacuna. Però mi ricordavo solo il nome e non avevo idea di quali libri ordinare. Inoltre, non avevo la mia amica a portata di mano e mi vergognavo a chiamarla per chiederle ciò che più volte mi ero segnato. Non ho neppure pensato di fare una ricerca in internet, così ho agito d'impulso e di fronte all'elenco fornitomi dalla commessa, ho scelto in base al titolo senza controllare di cosa parlasse il libro. La mia patria era un seme di mela, all'epoca, era l'ultima sua pubblicazione e l'ho preso per il bel titolo. È un libro intervista dove la Muller racconta se stessa. Non è un genere che amo. Adoro le autobiografie, ma non mi piacciono se proposte come conversazione con una terza persona. Sono complicate da romanzare e risultano troppo giornalistiche. Nonostante ciò ho dato un voto sufficiente all'inizio e alla fine del libro, mentre ho appioppato un lusinghiero 8/9 per la parte centrale. In effetti ad inizio libro lo stile intervista mi aveva spiazzato e deluso, poi però quando Herta ha affrontato i duri anni della dittatura in Romania sotto il regime di Ceausescu, le parole di Herta sono arrivate dritte al bersaglio. Non sono mancate sottolineature e commenti positivi al riguardo, la parte centrale del libro è un elogio alla resistenza contro ogni dittatura, salvo poi tornare meno interessante nel finale. In sostanza ho sbagliato l'approccio con la grande scrittrice tedesca. Non è il libro giusto x iniziare a conoscerla, casomai è il modo per apprezzarla definitivamente per chi già l'ha letta. Ora non mi resta che rimediare e correre ad acquistare i libri che l'hanno portata a meritarsi il Nobel. A dire il vero anche gli altri titoli non sono per niente male, perciò non fate come me, tenetevi stretti gli amici che sanno darvi ottimi consigli letterari, ma soprattutto mantenete in ordine i vostri appunti. Buona lettura a voi.
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LA MEDIOCRAZIA
«Non c'è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all'incendio del Reichstag, e l'incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l'assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Quando ho letto la frase non ho esitato, ho immediatamente ordinato il libro. Il passaggio è tratto da un saggio del filosofo Alain Deneault che denuncia la presa del potere dei mediocri e l'instaurazione globale del loro invisibile regime: la mediocrazia. Terminata la breve ma impegnativa lettura ho inserito il saggio in quella particolare categoria di testi che io definisco "libri miniera". Essi sono tali quando richiedono un certo grado di impegno e pazienza, poiché per loro natura sono libri faticosi. Non è poi così inusuale infatti, come in questo saggio, passare lunghi minuti a leggere pagine scorbutiche e onerose. Ma non si deve desistere, tanta fatica non è mai vana. Qua e là infatti si trovano in continuazione paragrafi di grande interesse e quando accade si percepisce la ricchezza contenuta nelle parole dell'autore. Egli infatti, attraverso una trattazione filosofica e sociologica degli argomenti, presenta una chiave di lettura molto partigiana sulla classe dirigente del "Sistema", costituita, secondo Deneault, da un esercito di persone stupide ma funzionali al potere. Lo ammetto, tanto lui è di parte nel dipingere la realtà, tanto io condivido il suo parere: il Sistema è davvero retto dai mediocri che non fanno altro che sostenersi a vicenda grazie ad un abile uso della burocrazia. Un libro miniera però, per quanto pregno di ricchezze, non è mai una passeggiata. Infatti, il primo terzo di libro rispecchia fedelmente le aspettative. La prosa è fluida (esclusa la presentazione che è illeggibile) ed è illuminante. Sono argomenti che tutto sommato si conoscono, si sa che i mediocri (salvo rarissimi casi) ci governano in politica, ci comandano nelle aziende, ci intrattengono nelle radio, in TV, nei social, e soprattutto insegnano nelle università a governare, a comandare e a intrattenere. Infatti è solo con la mediocrità che la maggior parte dei "potenti" giunge al vertice della piramide ma leggerlo così chiaramente fa sentire i partigiani un po' meno soli. Denault lo si potrebbe definire un professore non allineato. Peccato che ce ne siano così pochi. Il primo terzo di libro è quindi scorrevole, intenso, diretto e si prova sollievo nel constatare che qualcuno si preoccupa di smascherare il velo di ipocrisia su cui si sostiene il Sistema. Il problema, non lo nascondo, è che scendere all'interno di un libro miniera è uno sporco lavoro. Deneault fa il filosofo e scrive come tale. Nella seconda parte del libro inizia a concentrarsi su altri argomenti, non più generali, ma specifici e spesso riferiti al Nord America o al Canada, paese dove lui risiede. Le parole d'oro restano, ma si trovano più raramente. Le pagine si fanno via via sempre più noiose e nella terza parte la tentazione di interrompere la ricerca è forte, poi però, nonostante i paragrafi interessanti si facciano meno frequenti, ogni volta che se ne trova uno, riconciliano con la gioia della lettura. E così, tra fatica e godimento si arriva subito alla fine, poiché il testo è abbastanza breve. In sintesi, ogni tanto bisogna avere il coraggio di affrontare un libro miniera, sarà pure un'impresa faticosa, ma nessuno ha mai raggiunto una VERA ricchezza senza fare sacrifici. Quindi sì, non siate mediocri, faticate alla ricerca di parole che vi salvino, è l'unico lavoro che rende meritatamente ricchi dentro.
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STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE
"È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. [...] e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi." La frase è di Zorba, il grosso gatto nero con la macchia bianca che si prenderà cura di Fortunata, la gabbianella orfana. Che dire? Mi sento inadeguato nel recensire un simile capolavoro poiché tanta è la Bellezza del libro, che nel descriverla finirei per sminuirla. Il Silenzio, a volte, è il miglior applauso. Quindi non aggiungerò parole inutili: ricordiamoci solo di regalare il libro di Sepulveda ai nostri ragazzi ogni qualvolta ne abbiamo la possibilità: non potremmo fare loro un presente migliore. Se poi esiste ancora qualche adulto che non è riuscito a leggerlo, corra subito ai ripari, non se ne pentirà.
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TASMANIA
Amo i romanzi scritti in prima persona e in Tasmania siamo di fronte a un flusso di coscienza nel quale il protagonista, vagolando attraverso i suoi dubbi e le sue paure, si interroga sull'esistenza di un luogo dove salvarsi. I temi affrontati sono molteplici (non potrebbe essere altrimenti quando si è di fronte a se stessi), e si passa dalle difficoltà della vita matrimoniale, ai timori causati dagli attentati dell'Isis, alle perplessità per la stesura di un libro sulla bomba atomica, alle elucubrazioni sulla crisi climatica, alla bellezza e alla complessità dell'amicizia, il tutto condito dalle esitazioni del protagonista sulla giusta direzione da seguire. Come tutti i flussi di coscienza il romanzo non trasuda allegria e un senso di cupezza ammanta la narrazione. In compenso Giordano scrive molto bene e la lettura è fluida e gradevole. Personalmente mi è piaciuto tanto. Chi ama infatti il Dubbio, quale interrogativo di fondo e approccio sintomatico alla vita, apprezzerà molto la sensazione di smarrimento e di incompiutezza del protagonista. Chi invece ha sempre le idee chiare non avrà alcun dubbio (!) nel definire il libro senza capo né coda, pesante e noioso (giudizi che si trovano in rete, a mio avviso esagerati). Però non aspettatevi un romanzetto con una trama lineare e una storiella per passare le ore sotto l'ombrellone, Tasmania richiede una certa attitudine ad interrogarsi interiormente e sarà più apprezzato da chi va cercando un proprio rifugio. Se quindi anche voi siete incasinati da far paura e avete una vita familiare e sessuale a dir poco disordinata, se non vi raccapezzate più di fronte alla follia del mondo che vi circonda, e se state cercando una vostra Tasmania dove salvarvi, Paolo Giordano vi farà sentire meno soli. Perciò non fatevi scoraggiare dalla cosa più naturale che esista, le giornate grigie cariche di nuvoloni pesanti esisteranno sempre, accompagnate pure dagli scrosci di pioggia, ma ditemi se non è sempre bello camminare in due sotto un ombrello aperto. Anche questo è Tasmania.
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IO POSSO
Compri uno e ricevi tre! Con un solo acquisto partecipi al migliore dei propositi possibili, conosci una storia incredibile e leggi un libro scritto in modo straordinario. No, non è proprio così! Una di queste tre cose è rivedibile. Partiamo. La prima è vera, e acquistando il libro si devolve il ricavato alle sorelle Pilliu. Le due donne infatti, vittime di mafia, devono rispondere a un'ingiusta richiesta dell'Agenzia delle Entrate e l'incasso serve per onorare i debiti. Anche la seconda affermazione è vera. La storia è davvero inverosimile e narra la vicenda delle due sorelle palermitane che hanno osato resistere alla Mafia. Loro infatti sono le coraggiose protagoniste che rifiutano di piegarsi ai cattivi di turno, cattivi che non sono dei personaggi letterari ma è gente che ammazza sul serio se ti metti di traverso. Nella trama compare anche un'istituzione grottesca, ridicola, kafkiana, che è lo Stato che ne esce con l'ennesima figuraccia vergognosa. Lo stato non solo non sa proteggere i suoi cittadini, ma è colluso con i malvagi, è più lento del tempo per fare giustizia, la quale si trasforma in tragicomica ritorsione verso le vittime, trasformando un mancato risarcimento in un boia burocratico che mette in croce chi doveva riceverlo. Sembra incredibile ma è successo. Pif e Lillo hanno il merito di farsi narratori dell'assurdo e provano a rimediare cambiando il triste finale grazie a noi lettori. Tanto di cappello agli autori, bravi! Per questo il libro va assolutamente comprato o regalato, perché a fare del bene non si sbaglia mai. Resta la terza affermazione, è un libro scritto in modo straordinario. Non direi. Mentre lo leggevo ero basito di fronte allo stile per nulla ricercato, quasi ci fosse una certa fretta o disinteresse nel metterci un minimo di attenzione. Non è obbligatorio scrivere sempre capolavori, ma onestamente si può fare molto meglio. Detto quindi che il proposito è da 10 e lode, che la storia è da 9, la scrittura, a mio modesto avviso è da insufficienza piena. Nonostante ciò assegno 5 stelle lo stesso. IO POSSO non è solo un libro, è un piccolo ma significativo gesto di civiltà, un risarcimento morale, oltre che materiale, alle mancanze della nostra Repubblica. Più che Viva l'Italia, viva Pif e Marco Lillo e soprattutto viva le sorelle Pilliu.
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LA VIA DELLA BELLEZZA
Pochi autori mi sono cari come Vito Mancuso. Ogni suo libro, per me, è un rifugio dove trovare conforto da quella che sempre di più mi appare una quotidianità avvilente. Il motivo del beneficio è presto detto: le sue pagine sono un balsamo per l'anima e basta leggere i titoli dei suoi saggi per averne un'idea (andate a cercarli, sono troppi da menzionare). Vediamo allora quale toccasana ci ha preparato stavolta. La via della Bellezza è chiaramente un ottimo libro, come tutti i suoi scritti, e chi va cercando tale virtù troverà spunti per le sue riflessioni. In questo libro però Vito è stato piuttosto partigiano. Egli ha una sua ben precisa idea di Bellezza e ha osato esporla senza paura, andando persino a criticare apertamente alcune delle abitudini sociali più attualmente in voga. Per questo ho apprezzato la sua presa di posizione: senza essere politicamente scorretto Mancuso ha fotografato l'attualità per quello che è. Lo ha fatto senza remore, con parole a volte taglienti, senza voltarsi dall'altra parte per convenienza, come invece fanno la maggior parte dei pensatori moderni che per conformismo fanno gli struzzi di professione. Tuttavia, a tratti, Mancuso può risultare un po' moralista e in alcune pagine gli è scappato di fare il maestrino (di solito nei libri e nelle interviste è molto più equilibrato nei giudizi), stavolta invece è diretto ed esplicito, ma tali ipotetici peccati sono ampiamente compensati da pagine e pagine di sublime virtù. Se infatti a volte la sua concezione di Bellezza può apparire arcaica e demodé, alcuni passaggi conforteranno chi ritiene sia possibile vivere con maggiore grazia. In sintesi: forse non è il miglior libro di Mancuso, ma poco importa, come diceva mio padre, la Bellezza sta nel difetto. Per cui non ci sono dubbi, tutti nella Vita dovremmo provare a seguire la via della Bellezza e per chi ha bisogno di iniziare il cammino, Mancuso è un ottima guida. Per chi invece già abitualmente inciampa su questi piacevoli ciottoli, Vito resta pur sempre tra i migliori compagni di viaggio in circolazione. Fidatevi: non ci si pente mai di fare 4 passi con lui. Buona lettura a tutti.
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COMPRO LIBRI ANCHE IN GRANDE QUANTITÀ
"Vorrei averlo scritto io un libro così", questo ho vergato nell'ultima pagina. E ne ho ben donde: non riesco a decidermi se del romanzo di Spadaccini mi è piaciuta di più la sua bella storia lavorativa (e di Vita), il suo eccelso modo di scrivere o la sua sterminata cultura letteraria. Anche una sola di queste tre cose lascerebbe a bocca aperta il lettore più esigente. Tutte e tre assieme sono un godimento. Leggere Spadaccini è stato come andare a cena in un ristoratore all'aperto, immersi tra le rilassanti colline toscane, in una sera di primavera, sotto un pergolato di viti, ospiti di una locanda i cui titolari vivono di un tempo che non c'è più. Attenzione, non da uno Chef stellato milanese dove il prestigio, la popolarità, il portafoglio e l'apparenza valgono più del piatto stesso, il libro di Spadaccini è davvero una coccola per i pensieri, una magia rara, un viaggio in un'altra epoca. Lo si percepisce fin dalle prime righe, poiché lui è davvero un libraio di altri tempi. Il suo lavoro consiste nell'andare in giro per la pianura Padana ad acquistare, da privati, vecchi libri usati per rivenderli nella sua libreria antiquaria. Ma non libri qualsiasi, Libri rari, seri, importanti, prestigiosi, Libri che hanno un contenuto oltre alla copertina, Libri che non si scrivono più, Libri che sono passione per chi li acquista. Attorno a questa dedizione, diventata lavoro, Spadaccini ha costruito la sua storia. Ha quindi scritto un romanzo che parla di incontri con il Prossimo, con la Bellezza, con la Cultura, in un susseguirsi di immagini biografiche descritte con affabile stile e punte di poesia eccelsa. Spadaccini sa scrivere perché sa di che parla! Ovvero deve aver letto tanto e bene, per questo la sua penna assomiglia più a un pennello. Compro libri anche in grandi quantità è un dipinto che vi lascerà a bocca aperta. Sono tanti gli autori che amo, in particolar modo un paio di dozzine stanno sopra tutti, e molti sono famosi, ricchi, talvolta commerciali, ma sono pochi gli autori di cui invidio la penna per il modo con cui esprimono la loro arte. Spadaccini sarà un mezzo romanziere, pure un mezzo poeta, ma ha fatto di più, ha portato la sua passione nella realtà ed è diventata un invidiabile lavoro. Pensate che culo! Rimanere uomini è già una rarità, divulgare Bellezza è una virtù, saper scrivere bene è un dono. Spadaccini è queste tre cose. Vorrei averlo scritto io un libro così.
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SKELLING
Trattasi di letteratura per ragazzi, quindi diplomaticamente ho dato 4 stelle. Da adulto l'ho trovato un libricino semplice, scritto in modo piuttosto elementare, con una trama lineare e personaggi non brillanti, d'altro canto a tratti è invece un testo delicato, a volte poetico, sufficientemente intrigante poiché resta sempre sullo sfondo la curiosità di capire chi si nasconda nel garage. È un testo che si beve in un attimo, anche se il finale è una mezza delusione. Se lo giudico solo da adulto gli darei massimo 2 stelle e mezza, in realtà la valutazione va fatta attraverso gli occhi incantati di un ragazzino o di una ragazzina. Allora tutto cambia. Se si guarda alla fascia di lettori a cui è destinato è assolutamente un buon libro e ciò che ad un lettore sofisticato può sembrare un difetto è in realtà una virtù. Forse i ragazzi, molto più di noi, sono in grado di cogliere ancora le sfumature spirituali e di meraviglia che noi "grandi", ormai disincantati, non sappiamo più apprezzare. Per questo motivo Skelling è un ottimo regalo per i nostri figli.
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LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN
Non credo che un metro per giudicare un libro possa essere la sua trasposizione cinematografica, resta però il fatto che Le avventure di Huckleberry Finn sono state immortalate in ben 15 film e in 7 serie televisive di diverse nazionalità. Il primo lungometraggio risale al 1920 ed è muto. Forse il metro potrebbe essere l'interesse che ha suscitato negli editori, e solo in Italia è stato tradotto 19 volte per le case editrici o altre pubblicazioni. Quindi usate l'unità di misura che preferite ma ormai è assodato che il romanzo resta un classico della letteratura per ragazzi e, "Segna due Tese", ovvero Mark Twain, è considerato tra i maggiori scrittori statunitensi dell'epoca. Cosa dire di un libro che ha un simile pedigree? Beh, si tratta di ottima letteratura per ragazzi, avvincente e formativa, ma mi viene il dubbio che al giorno d'oggi sia anacronistico proporlo come alternativa a personaggi idolatrati alla Harry Potter o al fascino compulsivo di un social network. Siamo di fronte a un Davide un po' attempato contro dei fortissimi Golia. Certo, Huckleberry ha ancora la sua fionda e un'ottima mira, però i tempi si sono digitalizzati. Ma è proprio quando il gioco si fa duro che i lettori in gamba scendono in campo: regalare Huckleberry a dei ragazzi, siano non lettori o accaniti fan del genere fantasy, ad esempio, rappresenta una vera sfida educativa. L'imperativo infatti, che non tutti accettano, è trovare il coraggio di fermare la folle corsa dei nostri figli al costante inseguimento di proposte commerciali banali e vuote di significato. Proporgli un'alternativa che contenga un messaggio virtuoso non è quello che vuole il mercato. Si rischia di insegnargli veramente qualcosa, e si sa, la consapevolezza porta con sé maggior Bellezza e le persone felici consumano di meno. I genitori più ardimentosi dovrebbero quindi osare voltare le spalle ad un Sistema dove i ragazzi sono visti solo come annoiati consumatori seriali di prodotti usa e getta. Certo, dalle mie parti dicono "puitost di nie, al è mior puitost", quindi se un ragazzo non legge nulla meglio accontentarsi che legga il divinizzato maghetto del cinema, ma si può e si dovrebbe fare di più. Le umili ma avvincenti avventure di Huckleberry, con il loro messaggio antirazzista e anticonformista, sono una buona proposta educativa. Qui non si tratta di fare i bastian contrario per partito preso ma di restare in contatto con la Vita, con il mondo duro e crudo che ci circonda, anche se è ambientato due secoli fa. Si tratta di riconoscere la Bellezza e investire tempo ed energie per mostrare alternative, si tratta di uscire dal gregge, di volere bene ai propri figli e fargli vedere che esistono buone storie anche se un po' datate. Vedete, se esistesse davvero un Huckleberry Finn in carne e ossa, noi lo inviteremo ogni sera a cena. Lasceremmo nostro figlio o figlia uscire con lui a zonzo per i campi o in città, Huckleberry sarebbe uno di famiglia, più che un amico, uno che terremmo volentieri a dormire da noi anche se gira sempre scalzo. Ecco il punto: lui è uno straccione che preferisce vivere in strada e campare di espedienti piuttosto che accettare il vacuo benessere delle convenzioni sociali, lui per primo, ne sono certo, non si sarebbe mai accontentato di un divano e uno schermo. Forse il metro per giudicare un libro è vedere come lui resiste all'usura del tempo, perché ci vuole coraggio per essere diversi e sfidare le convenzioni sociali, e ne serve ancora di più oggi per fare fronte all'omologazione imperante e provare a diventare dei nuovi moderni Huckleberry Finn. Per essere il suo contrario, ovvero per vivere in un perenne sogno infantile, anche da adulti, basta continuare a usare la bacchetta magica. Che ognuno faccia la sua scelta: piedi scalzi a penzoloni nel fiume con occhi pieni di cielo o schermo tra le dita e video di magie contro i demoni? Io non ho dubbi, e voi?
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I PESCI NON ESISTONO
Quanto "vale" un libro? Per me un libro ha un valore aggiunto se alla fine mi ha anche insegnato qualcosa. Non inizio mai un testo con l'aspettativa di vivere esclusivamente un'emozione, ancora meno per leggere solo della buona prosa. In altre parole, non vado errando estetica ma conoscenza. I pesci non esistono l'ho ricevuto come regalo ed è stata una bella sorpresa. Il libro è scritto in prima persona e l'autrice è stata abile a sposare la sua storia personale di giovane figlia, poi donna innamorata e ricercatrice, con la biografia di un luminare della scienza mondiale. "Papà, che senso ha la vita?". La risposta del padre ateo (e scienziato a sua volta), avrebbe destabilizzato chiunque:" non ce l'ha, tu sei un aspetto insignificante rispetto al coas dell'universo". Non deve essere stato facile affacciarsi alla vita con una simile partenza. Un giorno però l'autrice si imbatte nella biografia di David Star Jordan. Fa ricerche, approfondisce e decide di scrivere un libro nel quale racconta la storia del grande tassonomista, primo rettore di quella che diventerà la famosa Stanford University. A metà Ottocento la prestigiosa istituzione era ancora una piccola università sperimentale a Palo Alto. Per qualche decina di pagine la narrazione ha un connotato storico, quasi didascalico, poi, poco prima della metà, il libro esplode letteralmente tra le mani. Lo scienziato tassonomista tanto stimato e ammirato nel mondo (attualmente le statue, le vie, i parchi ed altro a lui intitolati non si contano) è in realtà un personaggio discutibile. Non è neppure da escludere che sia stato il mandante di un assassinio e per qualche pagina l'autrice tinge di giallo la narrazione dando voce, bisogna darle atto, sia all'accusa che alla difesa. Sono davvero pagine egregie ma quelle a seguire lo sono di più. David Starr Jordan è stato sì un illustre tassonomista, ma è stato anche tra i più convinti fautori dell'eugenetica negli Stati Uniti. Lo fece molto prima che i nazisti, prendendo spunta dagli scienziati a stelle e strisce, la trasformassero in un olocausto. Lascia senza fiato scoprire di cosa si siano resi responsabili fino agli settanta (del Novecento!) le istituzioni scientifiche e governative degli USA, con Jordan accanito sostenitore. L'autrice va ad incontrare le vittime delle pratiche eugenetiche americane. Sorprende come il governo d'oltre oceano, con l'appoggio dei medici, per decenni internino con la forza in istituti di cura le persone "indegne" e le sterilizzino contro la loro volontà. Leggere le motivazioni per cui un essere umano poteva essere considerato "indesiderato" mozza il fiato in gola. Unico fortunoso pregio degli americani è che non sono stati così "efficienti" come poi lo sono stati i nazisti. Resta che gli americani sono stati gli ispiratori di quella folle ideologia di fine ottocento in cui si poteva selezionare e migliorare la razza umana. In sostanza, secondo loro, se non si potevano eliminare gli "scarti" bisognava almeno impedire loro di riprodursi. Gli Usa lo hanno fatto fino all'altro ieri. Il libro, per tutta la parte centrale, è un piccolo gioiello. Alla fine l'autrice trova il bandolo della propria matassa esistenziale, e anche la risposta all'obiezione di suo padre. Cosa aggiungere: ottima prosa per chi necessita di una lettura fluente e gradevole, e pure le emozioni sono stimolate, per non parlare della maggior conoscenza acquisita. Direi che basta. Ah no, nel finale c'è un'altra inimmaginabile sorpresa che svela il titolo del libro: i pesci davvero non esistono, lo dice la scienza. Non ci credete? Beh, che fate ancora fermi? Correte a verificarlo!
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DISCORSO DELLA SERVITÙ VOLONTARIA
Cosa si può dire riguardo il Discorso della servitù volontaria di Étienne De La Boétie?Forse che è un libro di tale spessore che andrebbe regalato ad ogni ragazzo al compimento dei suoi 14 anni; o forse che cotanto libro dovrebbe trovarsi nella bibliografia di ogni percorso universitario, per economia aziendale, ad esempio, sarebbe perfetto! Tale prezioso volume dovrebbe trovarsi nella libreria di ogni famiglia, poiché non c'è futuro in una casa senza libri. Un testo così utile dovrebbe essere imparato a memoria da ogni politico illuminato, sì vabbeh, ora sto esagerando, però una verità sotto sotto c'è: le parole scritte in quelle pagine andrebbero raccolte a manciate e lanciate dentro gli occhi di tutti, soprattutto nei propri. Sarebbe come inserire pietre in un ingranaggio sociale, e poiché sabotare il "Sistema" non dovrebbe essere solo una possibilità ma un imperativo categorico, non bisognerebbe titubare un solo istante. Il problema però è sempre lo stesso: definire il "Sistema"! Ancora più complicato è riconoscersi parte integrante, intelligente e complice della sua malattia endemica. Nel caso però che miracolosamente si riuscisse a farlo, si capirà che non è lui la causa dei nostri mali, ma siamo noi che ci facciamo olio per paura che lui si inceppi. E ci sforziamo pure, strizziamo ogni stilla di sudore per Essere Sistema. Come vedete, il libro è stato scritto l'altro ieri, nel 1530. La domanda dunque è d'obbligo: a cosa può servirvi un autore di cinquecento anni fa? Beh, leggetelo e vedrete che fa impressione percepire quanto sia attuale. Scoprirete quanto sia vero che tutt'ora esistono ancora "uomini che amano le proprie catene più di se stessi" (cit). Da parte mia, recensire troppo entusiasticamente cotanto ben di Dio potrebbe risultare quanto mai antipatico poiché da sempre le masse venerano i loro oppressori e mal sopportano chi le critica. Però una soluzione forse c'è, ed è smettere di continuare a vedere il libro come uno stimolante volume sulle libertà individuali e presentarlo per quello che è: uno specchio per la propria quotidianità. Ma nessuno vuole vedere la propria miseria, piuttosto la sopporta ciecamente, casomai va in palestra per fare muscoli o si accomoda sul sofà per ammirarsi al cellulare. Invece, Discorso della servitù volontaria, andrebbe appeso alla parete del soggiorno. Quindi compratelo, leggetelo e poi prendete un bel chiodo grosso, anche arrugginito, un buon martello e inchiodatevi l'opera di De La Boétie al muro. Omettete la cornice, vedrete che spettacolo. Poi, se amate la verità mettetevi di fronte: non c'è miglior specchio per chi - ostinato - vuole vedersi dentro. Sentirete che il libro non voleva farvi del male, casomai il contrario, e dopo, solo dopo esservi osservati a lungo, a tu per tu con il suo dono, deciderete liberamente se restare olio lubrificante o cominciare ad essere sabbia per l'ingranaggio. Se fossi in voi non avrei dubbi, la scelta in fondo è già compresa nel viaggio: polvere eravate e polvere tornerete. Ad essere pignoli sareste polvere tutt'ora, anzi siete sassolini, pietruzze, massi o macigni, se ci pensate voi SIETE già forti come le rocce, di più, come montagne, ma fin da piccoli vi hanno insegnato che il vostro unico ruolo sociale è essere untuosi, semplice lubrificante per il buon funzionamento del "Sistema". Il finale è triste e sgradevole per tutti: persino voi, già, persino voi vi siete abituati al male. Tutto qua. Oh, scusatemi se vi siete risentiti per le mie parole, non era mia intenzione offendervi e non prendetevela per così poco, era solo una bislacca considerazione su un vecchissimo pezzo di carta. Io in realtà parlavo degli altri, non proprio di voi, eh già, voi ben già sapete, nel profondo dell'anima, di che materiale siete fatti...
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I MERCANTI DI DUBBI
Partiamo dagli autori: impossibile dubitare da che parte siano schierati, basta scorrere il curriculum. Inoltre! Il libro contiene ben 70 (set-tan-ta!!!) pagine di bibliografia, scritte in piccolo e fittissime, a dimostrazione di un lavoro certosino. Gli argomenti trattati sono: pericolosità del DDT, del fumo di sigarette, delle piogge acide, del buco nell'ozono e del riscaldamento globale. Non si parla d'altro. Lo specifico perché è meglio sgombrare ogni dubbio: il libro è assolutamente pro scienza e la difende a spada tratta da ciò che più le può nuocere: se stessa. Dopo aver messo le mani avanti, poiché i tempi post covid lo richiedono, anticipo subito che il libro è piuttosto corposo. Compaiono più nomi, cognomi, acronimi, sigle di società, enti, istituzioni, organizzazione, agenzie e altro che in un qualsiasi vecchio elenco telefonico. In sostanza il testo è una lunga, meticolosa, corposa lista di affermazione scientifiche, governative, giornalistiche, articoli e pubblicazioni in riviste con le quali una parte della scienza, il governo o alcuni settori della stampa americana dagli anni cinquanta agli anni novanta, confutava (più che tentava di confutare) tutte le argomentazioni scientifiche riguardanti appunto la dimostrata nocività del DDT, del fumo, del riscaldamento globale e di quanto prima accennato. È un libro che non aggiunge nulla a ciò che tutti già sanno, ovvero che le lobby di potere agiscono per difendere i loro interessi, in questo caso sono le industrie del tabacco, chimiche e diversi gruppi capitalistici in generale. Proprio a tal proposito, ciò che dovrebbe intrigare chiunque ami la scienza, è come essa può essere manipolata in modo scientifico. Dal libro emerge chiaramente come il dibattito su un certo argomento di interesse sociale può essere alimentato ad arte da chi ha il potere economico per farlo. Basta creare fondazioni, associazioni, istituzioni (anche governative), agenzie, centri studi, promuovere congressi, denominando i vari enti in modo "accademico" e presentandoli puliti e competenti con il nobile scopo di servire la scienza. Poi è sufficiente riversarvi dentro fiumi di denaro e ricoprire di prestigio i luminari che vi collaborano e avremo un dibattito scientifico dove vari esperti discuteranno e confuteranno altri scienziati sulle loro ricerche. Il tutto in modo trasparente, a volte con toni civili, a volte con colpi bassi. Poi ci penseranno i media a soffiare in modo tale che la cortina fumogena orienti l'opinione pubblica. Ripeto a scanso di equivoci: il libro sta dalla parte dei buoni e dei giusti, ovvero della scienza onesta, quella che tutti vorremmo, ma ha il pregio di svelare alcuni dei meccanismi con cui si può aggirarla. Il più semplice e probabilmente il più usato è il "cherry picking" (scegliere le ciliegie) che consiste nel selezionare solo le fonti o le parti di articoli che favoriscono la propria tesi, tralasciando le notizie sfavorevoli (lo fanno sia i divulgatori scientifici o i giornalisti "buoni" a volte in malafede, ma anche i complottisti "cattivi" su internet, spesso in buona fede). Quindi nonostante i dati siano inconfutabili e siano numerose le pubblicazini peer review in prestigiose riviste, attraverso la selezione di informazioni da riviste minori i cui lavori spesso non sono di eccelsa qualità e grazie alla propaganda su media compiacenti, il tutto presentato da illustri divulgatori, esperti (in altri campi), con l'investitura o il patrocinio di altisonanti enti benefici, spesso con l'avvallo o, che in fondo è la stessa cosa, la mancanza di presa di posizione del governo, si può argomentare efficacementemente sulla non pericolosità di una certa sostanza nei confronti della popolazione. Il dibattito falsato ad arte può essere rimandato e ripetuto per decadi senza che la scienza onesta riesca a dimostrare le propri ragioni in tempi accettabili. Il libro sviscera decenni di retroscena su come l'industria del tabacco, grazie al denaro, sia riuscita a procrastinare la non nocività del fumo. E senza corrompere nessuno: tutto sommato chi la difendeva (ai tempi) si basava su studi scientifici che ne dimostravano solo un'ipotetica e non ancora dimostrabile nocività (ancora oggi basta cercare in modo pilotato e si trova o non si trova ciò che serve, alla faccia del peer review). Riguardo gli argomenti trattati nel libro, ora sembra tutto scontato ma non lo è stato fino agli anni ottanta e il dibattito pubblico si è trascinato per più di mezzo secolo. Il saggio, come accennato, è un lungo, prolisso, esauriente elenco di come la scienza finanziata dalle lobby possa combatte la scienza libera. Il sottotitolo infatti è esaustivo: "come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale". Attenzione: il libro non è una passeggiata. È faticoso avanzare tra le pagine perché gli autori non hanno potuto sintetizzare gli argomenti. Probabilmente sono stati costretti a dimostrare le loro tesi enunciando nomi, cognomi, istituzioni, pubblicazioni, riviste e articoli poiché non farlo e rimandare tutto genericamente alla bibliografia, avrebbe reso il testo, sì più scorrevole, ma poco credibile. Dire che ci sono gli scienziati "cattivi" che combattono gli scienziati "buoni" è banale. Svelare i nomi, i complici, i metodi e i trucchi lo rende credibile, ma è poco attraente. Morale della favola: chiunque sia intellettualmente onesto, esclusi quindi gli scientisti sfegatati adepti di una nuova religione dove gli scienziati sacerdoti sono esaltati come portatori di salvezza e verità, ed esclusi gli sciocchi complottisti che ignoranti come asini credono a qualunque teoria, persino che la terra sia piatta, esclusi quindi i fedeli ad ogni costo e gli infedeli per principio, ritengo che "i mercanti di dubbi" porti in sé proprio il dono del dubbio supremo: la scienza sarà mai in grado di osservarsi onestamente allo specchio senza essere traviata dall'occhio distorsivo del profitto? Ci sono voluti cinquant'anni per vincere la battaglie contro le lobby del tabacco, recentemente la lotta contro il DDT è stata riaperta, quella sul riscaldamento globale è in corso, quella contro le industrie alimentari, chimiche, estrattive, finanziarie e hi-tech è agli albori e non ci sono indizi che sarà facile dimostrare la loro pericolosità e sconfiggerle. Grazie al loro strapotere economico questi gruppi capitalistici stanno influenzando media e politica affinché la salute del cittadino venga posta dopo i risultati di bilancio. Ma una domanda sorge imperiosa: è possibile maritare il diavolo con l'acqua santa, ovvero scienza e ricavi, ovvero etica con il marketing, in sintesi onestà e profitto? Siamo sicuri che le stesse logiche malsane, se non criminali, svelate in questo libro e che per arricchire pochi azionisti hanno permesso la morte di milioni di fumatori passivi o lo sterminio incondizionato di interi ecosistemi ambientali, non siano applicabili dalla industrie farmaceutiche che si occupano della nostra salute? È ancora accettabile che gli enti preposti al controllo siano finanziati dai controllati? Il libro "I mercanti di dubbi" non si occupa di tale problematica, ma è un testo che può metterci in guardia perché svela un metodo che può essere usato per farci del male anche da chi asserisce che agisce per il nostro bene. Ecco perché, nonostante sia un libro molto impegnativo, ritengo sia utile leggerlo. Conoscere per decidere, è l'unico antidoto alla nostra scientifica, senza alcuna necessità di peer review, dimostrata ignoranza. Buona lettura.
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LA PASSEGGIATA
"La passeggiata (1919) è uno dei testi più perfetti di Walser, il grande scrittore svizzero che ormai, soprattutto dopo la pubblicazione delle sue opere complete, viene posto accanto a Kafka, a Rilke, a Musil – ammesso cioè fra i massimi autori di lingua tedesca del nostro secolo. Ma La passeggiata ha anche un significato peculiare in rapporto a tutta l’opera di Walser: è in certo modo la metafora della sua scrittura nomade, perpetuamente dissociata e abbandonata agli incontri più incongrui, casuali e sorprendenti, come lo è appunto ogni accanito passeggiatore – e tale Walser era –, che abbraccia amorosamente ogni particolare del circostante e insieme lo osserva da una invalicabile distanza, quella del solitario, estraneo a ogni rapporto funzionale col mondo. In un décor di piccola città svizzera, e della campagna che la circonda, il passeggiatore Walser ci guida, con la sua disperata ironia, in un labirinto della mente, abitato da figure disparate, dalle più amabili alle più inquietanti. Da Eichendorff a Mahler, il vagabondaggio è stato un archetipo ricchissimo della più radicale letteratura moderna. Tutta quella grande tradizione sembra condensarsi, quasi clandestinamente, nella Passeggiata di Walser, a cui lo scrittore ci invita col suo irresistibile tono: «Lei non crederà assolutamente possibile che in una placida passeggiata del genere io m’imbatta in giganti, abbia l’onore d’incontrare professori, visiti di passata librai e funzionari di banca, discorra con cantanti e con attrici, pranzi con signore intellettuali, vada per boschi, imposti lettere pericolose e mi azzuffi fieramente con sarti perfidi e ironici. Eppure ciò può avvenire, e io credo che in realtà sia avvenuto». Così recita la quarta di copertina. La passeggiata è un racconto di 100 pagine che si legge in un'ora. È scritto in modo ironico, forbito, brillante. È un testo effervescente e Walser si diverte un sacco a descriversi come un "feroce" scrittore che, a seconda di chi incontra, sceglie di essere particolarmente amabile, educato e generoso o, al contrario, scontroso, cinico e spietato. Leggendo la passeggiata si apprezza molto lo stile narrativo, ostentatamente ed egotisticamente ricco di lemmi ridondanti e ripetuti senza però mai stufare o appesantire il contenuto. Solo in un paio di occasioni ci si addormenta un po' ma nel complesso resta una gradevole compagnia. Per chi ha voglia di incontrare un personaggio allegro, buffo, raffinato e stravagante e una scrittura d'altri tempi, ricca di sofisticati, vaporosi e buffoneschi sghiribizzi lessicali, La passeggiata soddisferà tale esigenza. Buona lettura.
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IL PADRE INFEDELE
Durante la lettura del libro "Il padre infedele", ho passato gran parte del tempo con il labbro inferiore aggrottato verso l'alto, in modo prominente, ciondolando il capo da su a giù e con l'ebete espressione dell'essere umano godurioso. I motivi erano due: il primo era dovuto allo stile narrativo dell'autore, intrigante, ricercato, colto, lessicalmente cesellato anche se, devo precisare, in un paio di occasioni ho dovuto andare a verificare il significato dei lemmi. Il secondo motivo riguardava alcuni passaggi intellettualmente interessanti, sicuramente onesti, qualcuno potrebbe trovarli "politicamente scorretti", a mio avviso invece erano coraggiosi e congrui con ciò che l'uomo (inteso come maschio) sente di Essere. Ogni tre o quattro pagine ho segnato con la mia matitina le frasi che mi colpivano. Riguardo l'architettura del romanzo, essa non può essere certo la parte più importante (e quando mai può esserlo in un flusso di coscienza?). Un flusso di coscienza infatti, ancorché scritto bene, resta un insieme caotico o scorrevole di pensieri, in questo caso coerenti, ma possono essere pure slegati tra loro, possono contemplare più aspetti di un argomento, svariare, uscire, rientrare, sfiorare o ribadire un'idea, un dubbio, una sensazione o un dolore. È quello che è: il fluire di un punto di vista. Al termine ho rifilato un bel 10+ al libro, sicuro che lo avrei fortemente consigliato. Scurati non lo conoscevo ed ero al suo primo romanzo, comprato per il titolo e per la trama che indubbiamente dovrebbe interessare ogni uomo, sicuramente ogni padre. Insomma, ho girato l'ultima pagina e avevo ancora il labbrone di sotto aggrottato sull'altro e il testone che ciondolava incantato. Sapevo che mi aspettavano ore liete, dopo un buon libro si sa, si dorme bene. Venuto il momento della recensione, come da abitudine, mi sono letto un po' di commenti di lettori simili a me, persone comuni che leggono per passione, e scopro con sorpresa e con tanto di labbrone aggrottato per l'incredulità, che il libro si attesta sulle tre stelle e abbondano i giudizi negativi. Le critiche più comuni riguardano il linguaggio usato: per molti è troppo ricercato, supponente, difficile, ostentato, qualcuno scomoda persino che l'autore voglia manifestare la sua superiorità intellettuale (mah!?), molti invece rivendicano la mancanza di una trama lineare (doppio mah!!??) o che gli argomenti appaiono noiosi, pesanti, di scarso interesse in quanto la crisi d'identità del maschio è ormai un tema di cui è inutile parlare (sarà!?). Mentre riflettevo mi sono accorto che avevo il labbrone di sotto aggrottato di brutto su quello sopra. Ero perplesso. Forse leggere di come ci stiamo dirigendo compiaciuti verso l'autodistruzione fa paura (il libro non parla del declino sociale in generale ma ne evidenzia un aspetto importante: la crisi della coppia, del maschio adulto e del suo rapporto con la compagna, in questo caso dopo la nascita di una figlia). Non so, forse non si riesce più a confrontarsi con contenuti forti, discutibili, abrasivi. Sembra quasi che, appena al lettore medio si propone di comprendere un testo appena leggermente più impegnativo del solito, egli preferisca defilarsi. La colpa ovviamente è dell'autore se usa due o tre parole più astruse, e a nulla serve avere l'amato telefonino a dieci centimetri per verificarle. La colpa è sempre dell'autore anche quando l'argomento viene percepito come pesante, nonostante rispecchi fedelmente il fallimento dei nostri tempi. Il padre infedele, a mio avviso, è un ottimo libro, scritto in modo semplice seppur forbito, serio ma coinvolgente, impegnativo ma non pesante, coraggioso ma non scorretto e parla di qualcosa che in qualche modo tocca una corda sensibile senza per forza essere genitori. Il problema, si sa, è sempre lo stesso: due persone sedute l'una di fianco all'altra e che stanno facendo la stessa cosa possono reagire entrambe aggrottando il labbrone di sotto, sovrapponendolo a quello di sopra, avendo persino un'espressione incredula, muta e con il testone che ciondola, però uno dall'alto in basso e l'altro da destra a sinistra. Uno gongola dal piacere mentre il vicino si interroga per il cattivo gusto. Troppo facile giungere alle conclusioni: si sa che ognuno arriva alle proprie con i mezzi che ha a disposizione, quindi non diamo peso alle divergenze, tanto poi giunti a sera, la luce si spegne, si bisbiglia 'notte e ci si addormenta comunque, ognuno con il proprio labbrone aggrottato sull'altro, chi per il piacere, chi per il fastidio. La Vita è come un libro: dipende poco da come tenti di scriverla, molto di più da come sai leggerla. Ah, riguardo Il padre infedele, io lo consiglio. Compratelo e pazienza se saranno soldi sprecati, mal che vada la TV o il telefonino resteranno inosservati per qualche ora e questa sì, visti i tempi, è roba da far aggrottare il labbrone a tutti. Buona lettura.
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MANUALE DI SOPRAVVIVENZA PER ESSERI UMANI CHE SI SENTONO ALIENI
"L'universo è un luogo amichevole", cavolo di un Matteo Gracis - ti do del tu - te ne sarò sempre grato. Prima però parliamo del libro. Sarò franco: 4/5 degli argomenti trattati li conoscevo già. Chi segue una certa filosofia di Vita e pesta quotidianamente i sentieri alternativi alla massa, incontra prevalentemente suoi simili. Ho trovato gradevole il modo con cui hai mostrato il tuo percorso, il tuo sapere e ciò che ti ha influenzato. Se lo avessi fatto in modo didascalico avresti partorito un libro notevolmente palloso, invece anche i disegnini sono piacevoli. Voto 8 per l'originalità della proposta stilistica. Sul contenuto, ripeto, per me poco di nuovo (quel poco però l'ho molto apprezzato). Per chi invece è digiuno di certi argomenti gli sembrarai una specie di Maestro, Saggio, Santone o altro. Niente di più sbagliato! Sei un uomo, tutto qua, solo che sei piuttosto coraggioso. O incosciente. O altro. O peggio. Il libro quindi, per me, è stato un ripasso di cose conosciute eppure, ad un certo punto, hai scritto una frase che mi ha folgorato, fin dalla prima lettura. "L'universo è un luogo amichevole", non so perché ma non ci avevo mai pensato. È diventata la mia frase apotropaica da settimane. Ora, ogni qualvolta spostandomi su questa terra sto per incontrare un alieno ostile, e non hai idea (anzi c'è l'hai benissimo) da quanti marziani io mi senta ("mi senta", "non sia", nota la finesse) circondato, mi parte in automatico la tua salvifica frase. È pazzesco quanto sia sautare! Non sai il beneficio che ne traggo. Nonostante l'alieno resti tale, riesco ad accoglierlo per quello che è: un dettaglio, diverso e sconosciuto, dell'infinita Bellezza dell'universo. La cosa mi giova. Era più o meno così anche prima e mi riusciva comunque di schivare le inconsapevoli malie del prossimo, solo che ci dovevo mettere molto impegno. A volte invece mi ci scontravo facilmente e poi dovevo ogni volta mondarmi l'anima. La tattica migliore era tenermelo a distanza con anticipo, ora invece, grazia a te, incontro gli alieni con maggior disinvoltura. Sapere che, nonostante i casini, "l'universo è un luogo amichevole" è una sorta di pensiero medicina. Sono parole che curano, direi un antidoto, o meglio ancora, un vaccino per l'anima. Insomma, non sono poi così tanti i libri di cui ci si ricorda a memoria un singolo passaggio, ma anche fossero dozzine, quanti di essi risultano essere così utili da apportare un concreto beneficio? Il tuo libro mi ha portato in dono una piccola consapevolezza per affrontare le mie battaglie quotidiane, questo basta e avanza per dirti che mi è piaciuto. Anche se non leggerai mai le mie parole, so che le sentirai. Matteo, grazie!
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SULLA STRADA
A volte i giganti che incontro per strada sono così alti, talmente alti, che io, al loro cospetto, ne scorgo solo gli stinchi e pur sforzandomi di bearmi per intero della loro bellezza, non riesco ad elevarmi fin lassù. Devo essere onesto, non l'ho finito. Ci ho provato, mi sono impegnato e ho resistito il più possibile, ma per me non ne valeva la pena. Chi conosce i miei gusti mi aveva avvisato: "non ti piacerà". Bah, come faceva ad essere così sicura? E invece aveva ragione lei e al chilometro sessanta ero già tentato di farlo scendere. Mi sono imposto di arrivare al cento, ovvero a un terzo di libro, e per una ventina di pagine Kerouac è riuscito a catturarmi ma poi lui ha ripreso a parlarmi con la solita andatura e al chilometro 134, neppure a metà strada, ci siamo salutati. Innanzitutto non mi è piaciuto lo stile narrativo, dall'autore stesso definito "prosa spontanea", che dovrebbe richiamare una musicalità jazz. A me invece è risultato l'opposto, troppo elementare e per nulla ricercato. Riesco ad accettare una scrittura lineare e semplice, in cambio però la storia deve essere intrigante. Fino al punto dove sono arrivato Kerouac sciorina una noiosa lista di automobilisti benefattori che, nemmeno ben descritti, raccolgono un autostoppista squattrinato che ha solo voglia di vivere "on the road". Vi aggiunge l'elenco delle città americane attraversate e descrive le vicissitudini dei suoi parenti. I dialoghi riguardano banalità di vita quotidiana e solo qua e là sbucano rare domande esistenziali. A parte una ventina di pagine in cui Sal Paradise si innamora di una giovane messicana con la quale consuma un po' di sesso e adrenalina, il libro non supera mai i cinquanta allora. Insomma, rispetta i limiti della decenza letteraria ma io mi aspettavo derapate, accelerazioni, frenate e scontri lessicali. Ne avevo motivo: il romanzo di Korouac è descritto come un capolavoro della letteratura americana (può darsi che lo sia dopo la centotrentaquattresima pagina, non lo saprò mai), ma a me non sembra, o forse sono io che non avendo mai fatto il vagabondo non lo capisco, o forse non ho le competenze musicali per comprendere il jazz in letteratura, ma quel che è certo è che "Sulla strada" è considerato il manifesto della beat generation e Jack Kerouac uno dei fondatori. Insomma, ho fatto salire in auto un "Big" ma io non ho saputo coglierne la grandezza. Un po' mi spiace, poiché nel leggere la sua intrigante e osannata vita da poeta, artista e romanziere mi aspettavo un testo sorprendente, invece sono rimasto deluso. Forse avevo un eccesso di aspettativa ma non mi pento di averlo abbandonato prima del termine. C'est la vie! La sera stessa ho cominciato a spassarmela con una certa Lauren, autrice newyorkese, e ho capito, fin dal primo approccio, di aver fatto bene. Fedifrago? No, Kerouac non era certo un esempio di fedeltà. Il fatto è che bisogna andare a letto con chi ci fa stare bene, fine! Stendersi sul sedile posteriore di una limousine con un gran figo (o figa) non è certo garanzia di godimento, a volte diventa un'esperienza terribile (sapete di che parlo vero? Intendo la compagnia, non la macchina). Insomma, lui ha sollevato il pollicione, io mi sono fermato, abbiamo provato a spassarcela assieme ma non ha funzionato. Va così, quindi buona fortuna a chi affronterà la strada con Sal, magari vi fermate in un buon motel, bruciate gli ultimi dollari per l'immancabile bottiglia di whisky, tirate un paio di avide sorsate e sarà una notte di jazz indimenticabile (sapete di che parlo vero? Intendo il sesso, non la sbronza, anche se a volte è meglio la bottiglia). Quindi non vi resta che tentare. Ogni lasciata è persa e i chilometri, lo sapete meglio di me, scorrono per tutti. Meglio rimorsi che rimpianti. Buona lettura.
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L’ARMINUTA
Romanzo bellissimo, che rapisce per trama e scrittura. Una ragazzina viene improvvisamente strappata dalla famiglia adottiva, da quella che lei considerava la sua vera famiglia e viene restituita alla madre naturale. Viene quindi catapultata in un luogo povero, in una realtà che non conosce, che subisce e in mezzo a persone con le quali deve costruire da zero un nuovo rapporto. Siamo nell’Abruzzo degli anni ’70: L’Arminuta (letteralmente “la ritornata”, in dialetto) racconta l’agitata storia di un doppio abbandono: prima dalla madre biologica, poi, a dodici anni, dalla madre adottiva. La protagonista, di cui non si saprà mai il vero nome, è calata in una condizione per lei angosciosante, costretta al silenzio in mezzo alla miseria e ad estranei che la trascurano o peggio, la maltrattano, mentre lei rimane immersa nel suo affannoso tentativo di salvarsi e capire il perché di tutto quel dolore. Nel finale verrà svelato il motivo per cui la madre adottiva ha restituito la bambina al suo luogo d'origine. Romanzo intenso, triste, potente, vincitore del premio Campiello 2017. Consiglio vivamente. Buona lettura.
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MATRIX
"Inghilterra, dodicesimo secolo. Marie, bandita dalla corte della regina Eleonora d’Aquitania, che ama di un amore ardente, è una ragazza sola, figlia illegittima di re, inutilmente colta, inutilmente appassionata, destinata com’è a una vita di clausura in un’abbazia che ha conosciuto giorni migliori, abitata da un piccolo popolo di donne inacidite dalla segregazione, dispettose, anche solo vecchissime. Però Marie riconosce in quell’enclave isolata, così importante per l’economia del contado, una possibilità di crescita, di potere, anche. E così prende le redini di un’impresa tutta da costruire che la porterà a scivolare in silenzio fuori dal raggio autoritario del clero locale, verso un’indipendenza di spirito e di azione destinata a trasformare l’abbazia in un cuore pulsante di energie, fervido di progetti, illuminato, vivo, in cui ogni donna ha il suo posto e la sua occasione di brillare. Ma da fuori premono l’invidia, le chiacchiere, la curiosità morbosa per quell’Utopia prima del tempo, tutta al femminile; e la badessa Marie è la prima a rendersi conto che libertà di pensiero e controllo della comunità sono a tratti inconciliabili, che il potere si conquista e si mantiene a caro prezzo, che le passioni, di qualunque tipo, sono pericolose. Tra autentiche credenti, reiette e bastarde, figlie cadette, ragazze sole al mondo gettate via come stracci, nobildonne radiose, la vita dentro le mura del convento, al centro di un labirinto progettato per isolarlo dalle brutture, è complicata quanto quella di fuori, forse anche di più" (tratto dalla quarta di copertina). Per un papà con una figlia da crescere, speranzoso di insinuare in lei la curiosità verso storie di emancipazione femminile (aggiungo che il padre adora i labirinti e, a detta di molti, lui stesso è costantemente preda di costanti e complicati labirintici pensieri), beh, il libro sembrava perfetto. Nel leggere la trama vi ha trovato persino la parola Utopia, altro caposaldo e meta prediletta di tale ansioso genitore che, come tutti, ha in mente di proteggere la Bellezza della sua prole. Il genitore in questione sono io. In pratica ho comprato il romanzo della Groff per mia figlia, che ora ha 8 anni. L'augurio era che nel leggerlo (da adolescente) potesse rafforzarsi nell'animo. A convincermi della scelta, oltre alla quarta di copertina, c'erano pure i commenti di illustrissimi personaggi come Barack Obama o prestigiosi giornali come il Washington Post che presentavano la Groff come un'autrice straordinaria. Non mi restava che acquistare il romanzo e godermelo. Invece è stato un mezzo calvario. Ho faticato parecchio per arrivare alla fine, soprattutto non ho apprezzato la scelta di evitare in tutti i modi i dialoghi diretti. Non ce n'è manco uno. C'è la descrizione dei dialoghi tipo, Marie disse questo e la Badessa rispose quest'altro, il tizio disse che si fa così e Caio rispose che è meglio fare colà. Funziona ma a me non piace. La trama non sarebbe male, la protagonista resta una figura statuaria e autorevole in ogni pagina, talune descrizioni di paesaggi o di vita monacale sono buone, a tratti ottime, e in talune circostanze la Groff usa un linguaggio poetico e ricercato, molto piacevole da leggere, ma tale passo non è tenuto per tutto il libro. Per la maggior parte delle pagine la narrazione appare volutamente lineare e ostinatamente semplice, quasi elementare, ma soprattutto non c'è mai quella bella e vitale sensazione letteraria del "...e ora cosa succederà?". Idea buona ma il risultato finale, a mio avviso, è poco convincente. Buona lettura.
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UN GIORNO QUESTO DOLORE TI SARÀ UTILE
Un giorno questo dolore ti sarà utile è un romanzo di formazione di Peter Cameron nel quale l'autore descrive, con bravura, i pensieri di un giovane ragazzo newyorchese, James, ed i suoi dubbi esistenziali. Nella sostanza non succede granché, casomai la vita del ragazzo si trascina stancamente tra le perplessità riguardo il suo futuro e un presente piuttosto apatico e disincantato. Essendo un romanzo introspettivo la trama non è ricca di episodi e rimane malinconicamente sullo sfondo ad accompagnare la confusione, gli errori e la ricerca del ragazzo. Nonostante un ritmo piuttosto lento degli eventi e la loro ordinarietà, se si esclude il terribile scherzo che James riserva a John, il suo amico gallerista, spicca la gradevolezza e l'efficacia narrativa con cui il tutto è stato amalgamato. La scrittura è fluida, acquerellosa e delicata. I dialoghi risultano ben fatti e coinvolgenti. La bravura di Cameron sta proprio nel riuscire a rendere tangibile i normali turbamenti adolescenziali, riesce quindi a rendere visibile il "vuoto" e, senza che il lettore capisca il trucco, invita ad accoglierlo elevando ad una sorta di naturale bellezza quel contorno di grigia e inutile quotidianità che ammanta la vita degli adulti. Alla fine giri l'ultima pagina e pensi: è un libro strano. Non fa nulla per sedurti eppure senti che ti affascina. Non accade nulla ma c'è tutto. Non ci riguarda e invece ci siamo passati. È un libro che turba poiché descrive, senza evidenziarlo, quanto sia insensata e a volte gretta l'esistenza umana ma, al contempo, il rendersene conto rende tale consapevolezza un'attività mentale segretamente agrodolce. Per alcuni versi rende la solitudine a l'asocialità una necessità appagante, in fondo nessuno vorrebbe essere John ma lo siamo stati tutti o peggio, alla fine affiora il dubbio che noi siamo diventati "gli altri", siamo quel contorno di "vuoto" che lui frequenta e che tanto disprezza. Buona lettura.
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LA STRAORDINARIA STORIA DI MARY'S MEALS
"Furono le immagini della guerra nei Balcani a toccare profondamente Magnus MacFarlane-Barrow e a spingerlo per la prima volta all'azione, insieme al fratello Fergus. Presero una settimana di vacanza dal lavoro e si precipitarono là, in Bosnia-Erzegovina, per dare una mano. Quella che iniziò come una piccola avventura, a bordo di una Land Rover malridotta, divenne per Magnus la grande impresa della vita, per la quale avrebbe lasciato il lavoro, venduto la casa e compiuto ogni sforzo possibile. Obiettivo: sfamare i bambini più poveri della Terra. Con emozione e intensità, Magnus racconta come una serie di circostanze miracolose e un'incredibile quantità di gesti d'amore abbiano portato alla creazione di Mary's Meals, l'organizzazione che oggi arriva a sfamare oltre un milione di bambini nel mondo. Una storia di umiltà, determinazione e immensa ispirazione. Uno straordinario messaggio di speranza e di altruismo per la nostra società, opulenta, ingiusta e indifferente". Alcuni libri non vanno recensiti, vanno letti e basta. Le loro storie possono esserci di esempio, e poco importa se lo stile narrativo non è da concorso letterario, ciò che conta è il messaggio. A fare del bene non si sbaglia mai. Buona lettura.
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LA RIVOLUZIONE NEL PIATTO
Nel leggere un libro così straordiariamente utile, si percepisce immediatamente l'abissale distanza tra la Bellezza del Sapere e l'usuale superficialità con cui il "Sistema" ci offre la sua ignoranza. Aggiungo una banalità: siamo nel 2022! Lo so, è una considerazione idiota, eppure ancora oggi (adesso più che mai), esiste una pluralità colta, disomogenea, ben organizzata, iper preparara e agguerrita di portatori di interessi, ovvero i lobbisti, che si adopera con ogni mezzo affinché la gente non si acculturi e sappia come stanno realmente le cose. Il metodo è persino elementare, degno di ciò che la società richiede: per tenere le persone lontano da un Sapere che gli risulterebbe salutare, le si affoga in una marea di mediocrità e sciocchezze, di stupidaggini televisive e social 24 ore al giorno, sogni notturni compresi. Che fare quindi di fronte a tanto strapotere? Non sembrerebbe del tutto insensato arrendersi preventivamente. Infatti, consegnandosi subito al nemico, si evita di sprecare energie e si può pienamente godere del tempo libero che si ha a disposizione. Molti infatti, pur essendo da decenni prigionieri del Sistema (ovvero intellettualmente annichiliti da almeno una compulsione, scegliete voi tra le tante) vivono decisamente bene nella non conoscenza. Perché allora tentare di resistere? Perché nel farlo si percepisce quanto sia profondamente giusto combattere per un ideale superiore. Fa sentire vivi (o almeno io mi sento tale) e nel leggere La rivoluzione nel piatto sento di voler rifiutare quel destino quasi ineludibile riservato alla massa acefala dei consumatori, ovvero essere costretti ad affogare nella melma che ci propinano. Certo, remare contro corrente è faticoso, ma un libro può rappresentare un'ottima arma per difendersi. Infatti, nel leggere La rivoluzione nel piatto, si percepisce chiaramente come l'intreccio tra potere e interessi economici sia soverchiante rispetto alla nostra capacità collettiva di opporci ma resta il fatto che ogni singolo individuo può fare la sua parte. Va detto che demoralizza constatare come i politici siano solo dei burattini senza dignità (nel libro emergono nitidamente le criminali colpe della politica, ma poiché loro stessi fanno le leggi, si deliberano anche le impunità) e si prova anche un certo disgusto nel verificare come certi scienziati svolgano ricerche mirate ad aiutare le industrie a fare i loro sporchi giochi (non è vero che mancano le ricerche sulla pericolosità di certe sostanze, la verità è che certa scienza non è libera, visto quanto è sovvenzionata, ricattata o collusa con le multinazionali alimentari). Nel libro è spiegato fin troppo chiaramente. Una considerazione nasce quindi spontanea: è evidente che la massa è ignorante poiché è inconsapevole, ma la colpa non è del "Sistema". La verità è che le persone non le incuriosisci più con nulla, nemmeno se si ammalano a causa del proprio stile alimentare. Eppure una possibile soluzione esiste: farsi partigiani contro la nostra ignoranza. Per farlo bisogna salire in montagna a fianco di coloro che si espongono in prima linea. Sabrina Giannini è la dimostrazione di come esistano ancora dei giornalisti coraggiosi che hanno una fede incrollabile nell'agire (a proprie spese) in favore di un bene comune. Sabrina Giannini, Dio la benedica! Lei è una delle poche Donne televisive che ancora può vantarsi di girare con la schiena ben dritta. Immaginavo di conoscere "l'ovvietà" del suo giornalismo d'inchiesta, l'industria alimentare ci avvelena e se ne infischia, invece è un libro sorprendente. Il "Sistema" è forte e lei lo dimostra con coraggiose accuse e precisi dettagli. Quindi, poiché la politica non si prenderà mai cura dei suoi cittadini, e poiché un certo tipo di scienza non ha alcuna fretta o interesse nel raccontarci la verità, sta a noi essere dei curiosi lettori che si impegnano per creare un mondo migliore. Se volete bene ai vostri figli, fatevi partigiani, leggete La rivoluzione nel piatto. Per ribellarsi alla tirannia invisibile del libero mercato, non bisogna fare la guerra a nessuno, basta comprare il libro giusto e la prima vittima della nuova conoscenza sarà la nostra ignoranza. Buona lettura.
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PAURA DEI BARBARI
"Paura dei barbari è il vincitore del Premio per la Letteratura dell’Unione Europea 2020. Spiros è entrato nella taverna e ha urlato a squarciagola: “Sono arrivati! Eccoli, si stanno avvicinando al porto!”. E senza chiedere chi fossero, tutti si sono diretti verso il porto di Karave. È allora che, sotto forma di barca sul mare calmo, la paura ha cominciato ad avvicinarsi. Un'isola remota a sud di Creta, il punto più meridionale d'Europa, circondata da un'infinita distesa di mare. Per Oksana, arrivata dall'Ucraina dopo essere sopravvissuta al disastro di Chernobyl, l'isola è un sogno che ha la forma di una casa blu e bianca con un albero di limoni. Per Penelope, una donna greca cresciuta in un convento e costretta a sposarsi con uomo che non ama e non la ama, l'isola è una specie di prigione. Le loro due narrazioni, sapientemente intrecciate, ci mettono di fronte ai temi dell'alterità, e alle nozioni di "straniero" e "barbaro", interrogandoci sulla nostra identità e la nostra paura di accogliere il diverso". Quanto sopra è la sinossi copiata dalla rete. Di mio posso dire solo che il libro è corto e lo si legge in poche ore. Purtroppo l'ho finito a fatica. Non mi ha intrigato la storia, né la forma, né il contenuto, insomma non mi ha convinto. Buona lettura.
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LA MORTE FELICE
“Nella crisalide della 'Morte felice' si formava la larva dello 'Straniero'”. Così Jean Sarocchi riassume efficacemente il problema della genesi di questo primissimo romanzo di Camus, scritto tra il 1936 e il 1938, incompiuto e uscito postumo. Patrice Mersault, il giovane protagonista, è un povero impiegato di un ufficio del porto di Algeri. Conduce una vita normale, in solitudine e senza amore, anelando alla felicità e alla libertà, che non sa come raggiungere. Sarà l’incontro con Zagreus, un uomo colto e menomato nel fisico, a cambiargli la vita e a indicargli la strada per raggiungere i suoi obiettivi. Ma per farlo dovrà macchiarsi di un delitto. In un viaggio che raggiunge Praga, poi Genova e infine nel ritorno ad Algeri, attraverso un tormentato lavoro su sé stesso e sfidando le comuni convenzioni morali, Mersault comprenderà la propria natura e il senso delle sue azioni. Fino a riuscire a guardare in faccia la propria morte e ad amarla. Tratto dalla quarta di copertina. Camus non si discute, onestamente però, il libro mi ha entusiasmato poco.
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M. L'UOMO DELLA PROVVIDENZA
Scurati, una garanzia. Il romanzo narra le vicende di Benito Mussolini che vanno dal 1925 al 1932. Sullo sfondo la politica liberticida dei fascisti, gli intrighi e le lotte per il potere tra i vari potenti ras provinciali fascisti. Scurati attinge da documenti storici originali per romanzare la figura di Mussolini, volta nelle sue mediocrità, debolezze e aberrazioni. Per oltre metà libro la lettura è un vero piacere, aiutata dall'ottimo stile dell'autore. Molto interessanti i riferimenti storici sulla politica imperialista italiana in Libia e sugli orrori commessi dai nostri soldati nei confronti della popolazione locale. Libro utile anche per capire come un manipolo di brutali, gretti picchiatori, alla luce del sole e vantandosi delle loro atrocità, abbia potuto prendere il potere in Italia. Altrettanto gradevole è stato scoprire le nascoste, gravi, debolezze fisico gastrointestinali dell'uomo che è stato di ispirazione a Hitler. Libro bello fino alla fine, di certo le pagine da leggere sono tante ma ne vale assolutamente la pena. Su tutto le capacità narrative di Scurati.
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ESORCISTI CONTRO SATANA
Mi sono approcciato al libro senza pregiudizi, serenamente interessato all'argomento. Ne avevo sentito parlare in una radio nazionale in modo lusinghiero, riferivano che il tema era stato affrontato in modo professionale e competente. Conteneva perfino un'intervista a Papa Francesco e l'autore aveva tutte le credenziali per essere ritenuto affidabile. Senza tali premesse di serietà e autorevolezza, non avrei rischiato, ma devo ammettere che è davvero un brutto libro. Può darsi che possa piacere agli amanti del genere, ma al netto delle storie narrate, che per ovvii motivi sono anonime, le ho trovate davvero poco credibili. Fosse almeno scritto bene, quindi piacevole alla lettura, ma è davvero un testo poco accattivante. Spiace, l'argomento potrebbe o dovrebbe essere approfondito, ma non con questo libro. Sconsiglio.
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LE ASSAGGIATRICI
È sempre utile e interessante leggere, in rete, le recensioni a un libro. È un esercizio che aiuta a farsi un'idea di cosa aspettarsi (o su chi le scrive): nel caso in questione si passa da molti 5 stelle con entusiasmo, a poche erudite stroncature senza se e senza ma. Anche LE ASSAGGIATRICI della Pastorino quindi, è vittima del soggettivismo insito in qualsiasi giudizio ma personalmente ritengo sia un ottimo libro. È una storia che prende spunto da accadimenti veri, ovviamente romanzati, ma è scritta decisamente bene. Fortunatamente non ha le pretese di essere un pipposo romanzo storico, il classivo mattone da 1000 pagine, ma non è neppure la solita storiella breve, ben raccontata, solo per allietarci i pomeriggi sul divano. LE ASSAGGIATRICI è il meglio di entrambe le cose: descrive uno specifico dettaglio storico, poco conosciuto, marginale seppur tremendamente importante della grande storia mondiale e lo inserisce nelle drammatiche, umanissime vicende delle protagoniste. C'è esattamente quanto basta per godere del lavoro di uno scrittore. Consigliato.
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LE BRACI
Il libro regge dall'inizio alla fine per trama, stile, mistero. È un testo che esalta il ruolo dell'amicizia e che si interroga su quello del tradimento e della vendetta. È scritto bene e non annoia, soprattutto se si considera che il dialogo tra i due protagonisti è in realtà una sorta di lungo ed ininterrotto monologo di Henrik. Mi ha colpito come l'autore sia riuscito a rendere accettabile e coerente tale scelta narrativa. Ciò che però mi ha entusiasmato e letteralmente tolto il fiato è una singola pagina verso fine libro, in quella pagina succede qualcosa tra i due antagonisti, qualcosa di potente e risolutivo, la pagina che da anche il titolo al libro. Davvero un buon testo, merita averlo in libreria.
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I MIEI GIORNI ALLA LIBRERIA MORISAKI
Mi ha rapito la stupenda copertina, proprio bella. Mi ha intrigato la trama. Mi ha rassicurato il fatto che fose un caso editoriale. Mi ispirava leggere un buon libro ambientato in Giappone. L'aspettativa era alta ma "I miei giorni alla libreria Morisaki" mi ha molto deluso. La storia non è un granché, piuttosto monotona salve un sussulto a metà libro. I personaggi non sono caratterizzati e neppure interessanti ma si potrebbe accettare. Pensavo almeno di sprofondare nell'atmosfera incantata del paese nipponico ma Yagisawa non osa essere analitico e descrittivo, galleggia senza immergersi. Dialoghi per la maggior parte su argomenti futili e quando finalmente la trama si accende, dura poco. La scrittura però è ciò che mi ha deluso più di tutto: semplice, lineare, elementare, priva di periodi ricercati e accattivanti. È assolutamente sufficiente per essere pubblicati ma visto le aspettative, e il costo, il libro non è all'altezza. Se almeno la protagonista si riscattasse dalla propria apatia e ingenuità, ma è quasi sempre remissiva e fatalista, nonostante il finale positivo. Consigliato a chi si accontenta di qualcosa di leggero.
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UNA SERA TRA AMICI A JIMBOCHO
È il seguito del libro "I miei giorni alla libreria Morisaki". Nella precedente recensione avevo scritto: "Mi ha rapito la stupenda copertina, proprio bella. Mi ha intrigato la trama. Mi ha rassicurato il fatto che fose un caso editoriale. Mi ispirava leggere un buon libro ambientato in Giappone. L'aspettativa era alta ma "I miei giorni alla libreria Morisaki" mi ha molto deluso. La storia non è un granché, piuttosto monotona salve un sussulto a metà libro. I personaggi non sono caratterizzati e neppure interessanti ma si potrebbe accettare. Pensavo almeno di sprofondare nell'atmosfera incantata del paese nipponico ma Yagisawa non osa essere analitico e descrittivo, galleggia senza immergersi. Dialoghi per la maggior parte su argomenti futili e quando finalmente la trama si accende, dura poco. La scrittura però è ciò che mi ha deluso più di tutto: semplice, lineare, elementare, priva di periodi ricercati e accattivanti. È assolutamente sufficiente per essere pubblicati ma visto le aspettative, e il costo, il libro non è all'altezza. Se almeno la protagonista si riscattasse dalla propria apatia e ingenuità, ma è quasi sempre remissiva e fatalista, nonostante il finale positivo. Consigliato a chi si accontenta di qualcosa di leggero. ". In UNA SERA TRA AMICI A JIMBOCHO Yagisawa è riuscito a peggiorare. Metà libro è il riassunto del precedente, mortalmente noioso, succede poco e quel poco non è incisivo. Non c'è altro da aggiungere se non che ho tentato di finirlo ma alla fine ho rinunciato.
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SIETE PAZZI A MANGIARLO
Va letto, anzi, è obbligatorio leggerlo ai nostri figli piccoli. Va fatto quando loro frequentano la terza elementare, quarta al massimo, la quinta è già l'ultima chiamata. Dalle medie in poi sarà un'impresa seminare in loro un piccolo dubbio, una curiosità o un timore su quali siano le cose fondamentali della vita, compreso ovviamente ciò che mangiano. Da ragazzi avranno ben altri interessi a cui badare, bisogna dunque cominciare subito a crescere con una maggiore consapevolezza "gli uomini di domani", oppure loro faranno ai loro figli quello che ora noi facciamo ai nostri: farli vivere in una società votata all'autolesionismo. È ora di modificare la rotta, SIETE PAZZI A MANGIARLO è una bussola, una delle tante possibilità, ma è un'ottima bussola. Non serve quindi dirvi che è un testo scorrevole, di facile comprensione, utile, eccetera eccetera, è un buon libro, compratelo, non ve ne pentirete. Buona lettura a tutti.
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PAPYRUS
PAPYRUS è un libro scritto bene, in modo semplice ma accattivante. Per chi ama l'argomento "libri" è un ottima scelta soprattutto per riguarda la nascita della scrittura nell'antichità. Le epoche più recenti e i tempi moderni sono meno approfinditi ma onestamente servirebbe un'enciclopedia per completare l'argomento. PAPYRUS non ha questa pretesa, vuole solo accompagnare il lettore alla scoperta di come l'uomo ha iniziato a scrivere, dalle tavole di argilla, ai papiri, alle pergamene, alla carta, narrando poi quelle che sono state le vicissitudini della scrittura, dapprima attività riservate a poche ricche persone, al libro come oggetto raro, di lusso, per arrivare ai roghi e alle censure. Si scrivere un saggio in maniera pesante, didascalicola e troppo accademicq, oppure come ha fatto Irne Vallejo, in modo leggero ma scientifico. Non mancano riferimenti personali e ovviamente storici, a me particolarmente graditi. PAPYRUS è un po' saggio e un po' romanzo, è il classico libro perfetto, dove si impara e ci si svaga, dove si unisce l'utile al dilettevole, alla fine gli ho rifilato un bel 10+.
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LASCIAMI ANDARE, MADRE
"Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli". In una stanza d'albergo di Vienna, alle sei di un piovoso mattino, Helga Schneider ricorda quella madre che nel 1943 ha abbandonato due bambini per seguire la sua vocazione e adempiere quella che considerava la sua missione: essere a tempo pieno una SS e lavorare nei campi di concentramento del Führer". Quando le aspettative sono alte si rischia di restare delusi. È andata così. Mi aspettavo una struggente e abravisa testimonianza sul ruolo delle volontarie naziste nei campi di concentramento e invece il libro è più incentrato sul logoro e stantio rapporto madre figlia. Questa è stata soprattutto la prima grande delusione, la storia non ha approfondito il tema più sensibile, ovvero il ruolo delle guardiane volontarie nei campi di concentramento tedeschi. E poi il testo resta sempre sufficiente ma non accelera mai. No è tanto la scrittura ad essere messa in discussione, il libro non si presta a essere poetico o esteticamente accattivante, è indubbiamente scritto bene ma è la trama ad essere troppo lineare. Piatta. Senza gloria e senza infamia.
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ALL'OMBRA DEL MATAJUR
Questi racconti, basati su testimonianze e storie di famiglia e di paese, ci portano in un mondo che ha vissuto a stretto contatatto con la natura, e dove la gente ha dovuto apprenderne fin da subito le severe leggi, muovendosi in un delicato equilibrio sancito dal ritmo delle stagioni, imparando a vivere dell'essenziale. Gente forgiata da una vita di fatica e privazione, gli abitanti delle Valli del Natisone, arroccati in borghi sperduti e di difficile accesso, hanno saputo mantenere per secoli la loro indipendenza nella lingua e nei costumi. L'Autore ha voluto narrare queste storie «con l'umile intento di ridestare l'interesse per questa terra dal carattere magico, carica di vita e di tradizioni; certo che il turista, lo straniero, il lah, una volta messo piede in queste Valli dalle sfumature antiche e misteriose, non riuscirà più a scordarle».
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LE COSE CHE CI SALVANO
LE COSE CHE CI SALVANO è il classico romanzo che ci si porta dentro per un bel po'. Cos'ha di straordinario? Nulla, è solo un'ottima storia. L'autrice ha il merito di aver creato un bel personaggio femminile, un po' sociofobico a causa dell'educazione paterna, un po' sfigato, un po' supereroe. Il libro è scritto in maniera semplice, senza iperboli linguistiche o aforismi da cioccolatini, in linea con la storia stessa, al servizio della sobrietà. È la classica lettura dove, fin dal titolo, tutto funziona perché ci si identifica con il messaggio dello scrittore: le cose semplici e genuine, e le battaglie vere sono quelle che danno sapore alla Vita. In fondo in fondo, vorremmo tutti essere un po' come Gea. Libro leggero, piacevole, forse il finale in po' scontato ed edulcorato. Libro da leggere o regalare.
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Prova 7
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M. L'ORA DEL DESTINO
Nel quarto romanzo della serie M, il racconto dell’Italia fascista alla prova delle armi e il ritratto di un uomo di fronte al destino che ha plasmato per sé e per il suo popolo. Il 10 giugno del 1940 Benito Mussolini ha proclamato dal balcone di Palazzo Venezia l’entrata in guerra dell’Italia contro la Francia e l’Inghilterra a fianco della Germania nazista: una intera nazione si avvia a precipitare nel baratro della Storia. Antonio Scurati traccia l’affresco dell’Italia fascista sui fronti del secondo conflitto mondiale, e lo fa attraverso le vite incrociate dei suoi protagonisti: i gerarchi, da Italo Balbo a Dino Grandi, i generali come Rodolfo Graziani e Mario Roatta, le figure femminili accanto al duce come la figlia Edda e Clara Petacci, ma anche i soldati mandati a vivere la guerra in prima linea come Paolo Caccia Dominioni e Mario Rigoni Stern. Ciascuno di loro dovrà interpretare la sua tragica parte. E Mussolini stesso, sempre più solo ma ancora convinto di poter trarre vantaggio dalla fatale alleanza con il Führer. In una potente alternanza tra narrazione e documenti dell’epoca, M. L’ora del destino ci conduce fino al Gran Consiglio del 25 luglio 1943, la notte lunghissima che decreta la caduta del regime.
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COME MIO FRATELLO
Fin dall'infanzia la vita di Uwe Timm è stata segnata da un evento tragico e per lui inspiegabile, ma solo a sessant'anni di distanza, rimasto ultimo membro della famiglia dopo la morte dei genitori e della sorella, si sente finalmente pronto ad affrontarlo. È la vicenda del fratello Karl-Heinz che si arruolò volontario in una divisione delle SS e andò a morire sul fronte russo, appena diciannovenne, nel 1943. Di quel fratello Uwe non ha quasi alcun ricordo: solo l'immagine fugace di un ragazzo alto che lo solleva e lo fa volare in aria. Quando Karl-Heinz si arruolò, lui aveva solo due anni.
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LA QUESTIONE DELLA COLPA
Scritto subito dopo la disfatta della Germania nella seconda guerra mondiale, questo saggio è al tempo stesso una breve, densa trattazione elaborata da uno dei massimi filosofi del Novecento intorno al concetto di “colpa” (nelle sue differenti specificazioni di colpa criminale, politica, morale, metafisica) e una lucida riflessione condotta da un tedesco sui tedeschi e sul nazismo, sulla colpa della Germania hitleriana e sulla possibile rinascita della Germania libera. Jaspers ha di mira la questione della responsabilità, che si definisce nella chiarezza dell’autocoscienza, e che non può subire limitazioni geografiche o politiche di sorta: responsabilità del vinto, ma anche del vincitore; per il passato e per il futuro, attraverso la delicatissima soglia del processo di Norimberga. La condizione della colpa tedesca diventa allora occasione, tragica e dolorosissima, per riflettere sulla condizione umana, che per Jaspers solo di fronte alla trascendenza comprende appieno il senso del delitto e del castigo.
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SENIOR SERVICE
Nuova edizione aggiornata, con lettere e documenti inediti. Giangiacomo Feltrinelli, editore con “la testa tra le nuvole e i piedi per terra”. L’infanzia, il legname di famiglia, il dopoguerra, la militanza nel Pci, lo spirito del “fare le cose”, un “mausoleo bavarese”, le “carte della Rivoluzione”, un viaggio a Osnabrück, gli anni cinquanta, la Cooperativa del libro popolare, la nascita della casa editrice, il “terribile” 1956, un dattiloscritto in cirillico, l’“Operazione Gattopardo”, la luna di miele tra Bassa California e Zihuatanejo, la “politica estera”, Africa, l’Eskimosa nel fiordo di Trondheim, libri “osceni”, libri “necessari”, Fratelli d’Italia a Villadeati, la “Biblioteca di psicologia e psichiatria clinica”, i beatnik e un “bruco agrimensore”, ping-pong con Henry Miller, juke-box in libreria, Cuba Cuba Cuba, un politico-politico e un politico-impolitico, la prima intervista di Yasser Arafat, Sgt. Pepper’s e la stanza del camino, una lettera a Lyndon Johnson, la Bolivia e il diario del Che, il Sessantotto, “dipingi di giallo il tuo poliziotto”, il Vietnam, il “colpo di Stato all’italiana”, piazza Fontana, l’“irreperibilità”, “Caro Carlino, è tanto tempo che non ti scrivo...”, la pistola del console, i Gap, la lotta armata, le minacce, la fine. Senior Service è una sigaretta inglese, una storia di famiglia e molto altro ancora.
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QUEL CHE RESTA DI UN GIORNO
Un calendario civile del Friuli Venezia Giulia che si affianca a quello nazionale e a quello europeo. Un mosaico di date e di luoghi, di esperienze individuali e collettive, di memorie traumatiche e di slanci verso il futuro. Venticinque date collegate a eventi del Novecento che hanno segnato la storia del territorio sul piano politico, sociale, del lavoro, dei diritti. Venticinque “giornate particolari”, in cui qualcosa inizia, o finisce. Fasi in cui un ciclo si chiude, in modo traumatico o attraverso uno slancio collettivo. Momenti in cui vecchie regole vengono abbandonate e nuove regole vengono stabilite. Nuovi accordi, nuovi confini, nuove relazioni. E poi arriva il “dopo”, quando tutto dovrà essere reinventato, quando si sente la possibilità di un nuovo inizio che, almeno in parte, è nelle nostre mani. Con i contributi di Gian Luigi Bettoli, Enrico Bullian, Marco Carlone, Alessandro Cattunar, Štefan ?ok, Anna Di Gianantonio, Monica Emmanuelli, Angelo Floramo, Javier P. Grossutti, Franco Perazza, Anna Piuzzi, Ana Maria Sanfilippo, Toni Sirena, Marco Stolfo, Fabio Todero, Roberto Todero.
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MATTATOIO N.5
Billy Pilgrim – modesto figlio di un barbiere, oculista di successo, vittima di rapimento da parte degli alieni del pianeta Tralfamadore, anziano vedovo e soldato – è rimasto staccato dal tempo ed è l'unico umano a conoscerne la vera natura. Nascosto nel sotterraneo di un mattatoio di Dresda, mentre sopra di lui la città e i suoi abitanti andavano a fuoco, si è trovato come per caso a sopravvivere a una delle battaglie più distruttive e letali di tutta la Seconda guerra mondiale. Ma quando è accaduto? E come è arrivato lì? E come ne è uscito? Un viaggio nel tempo e nello spazio sulle spalle dello stesso Vonnegut. Mattatoio n. 5 è il suo libro più importante, un appello urgente e attualissimo a riflettere sulla guerra, i suoi orrori e la sua assurdità, da ascoltare con la massima attenzione.
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ERO L'UOMO DELLA GUERRA
«Ho progettato, costruito e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo. Ne ho tolte migliaia, per quasi vent’anni, tutte lungo la dorsale minata dei Balcani, dal Kosovo alla Serbia fino alla Bosnia, rimettendo in funzione abitazioni, scuole, fabbriche, terreni agricoli, acquedotti e stazioni ferroviarie. In queste cifre si racchiudono, simbolicamente, le due vite che ho vissuto. Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre.» Per la prima volta un ex fabbricante di armi, che nella sua carriera ha progettato e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo, racconta senza reticenze le due vite che ha vissuto: da fabbricante di strumenti bellici a operatore umanitario. È la storia vera di Vito Alfieri Fontana che per oltre vent’anni, alla guida dell’azienda di famiglia, ha progettato e prodotto mine vendendole in diversi Paesi del mondo. Poi, nei primi anni Novanta, il figlio gli chiede: «Ma tu, papà, sei un assassino?», innescando – in parallelo con l’avvio della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, guidata in Italia anche da Gino Strada – una lacerante conversione personale che lo porta a cambiare vita. Nel 1993 Fontana decide di chiudere con l’azienda di famiglia; nel 1997 va a Oslo come consulente della Campagna accanto all’attivista statunitense Jody Williams, che per questo impegno riceverà il Nobel per la pace. Due anni dopo comincia la sua seconda vita. Con l’Ong Intersos inizia il suo impegno di sminatore nei Balcani, per permettere alle popolazioni appena uscite dalla guerra un ritorno alla normalità. Una vicenda drammatica che, a partire dal racconto in prima persona di una vita eccezionale, interroga ciascuno sulle responsabilità dei singoli rispetto ai fatti della Storia.
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ERO L'UOMO DELLA GUERRA
«Ho progettato, costruito e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo. Ne ho tolte migliaia, per quasi vent’anni, tutte lungo la dorsale minata dei Balcani, dal Kosovo alla Serbia fino alla Bosnia, rimettendo in funzione abitazioni, scuole, fabbriche, terreni agricoli, acquedotti e stazioni ferroviarie. In queste cifre si racchiudono, simbolicamente, le due vite che ho vissuto. Dal punto di vista numerico, il bilancio è impari. Da quello della mia coscienza pure, perché il male compiuto resta. Per sempre.» Per la prima volta un ex fabbricante di armi, che nella sua carriera ha progettato e venduto due milioni e mezzo di mine antiuomo, racconta senza reticenze le due vite che ha vissuto: da fabbricante di strumenti bellici a operatore umanitario. È la storia vera di Vito Alfieri Fontana che per oltre vent’anni, alla guida dell’azienda di famiglia, ha progettato e prodotto mine vendendole in diversi Paesi del mondo. Poi, nei primi anni Novanta, il figlio gli chiede: «Ma tu, papà, sei un assassino?», innescando – in parallelo con l’avvio della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo, guidata in Italia anche da Gino Strada – una lacerante conversione personale che lo porta a cambiare vita. Nel 1993 Fontana decide di chiudere con l’azienda di famiglia; nel 1997 va a Oslo come consulente della Campagna accanto all’attivista statunitense Jody Williams, che per questo impegno riceverà il Nobel per la pace. Due anni dopo comincia la sua seconda vita. Con l’Ong Intersos inizia il suo impegno di sminatore nei Balcani, per permettere alle popolazioni appena uscite dalla guerra un ritorno alla normalità. Una vicenda drammatica che, a partire dal racconto in prima persona di una vita eccezionale, interroga ciascuno sulle responsabilità dei singoli rispetto ai fatti della Storia.
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LE CHIAMAVA PERSONE MEDICINA
Marelargo è convinto di essere nato con la pelle difettosa, troppo fina, ci passa il mondo attraverso. La sua unica amica, Isabella, dice che i suoi undici anni li porta davvero male, manca di gioco, ha pensieri in formato adulto. Adele è sua nonna, vive la montagna, madrelingua silenzio, conosce il dialetto della natura, si intende con gli alberi, gli animali le parlano. Non sappiamo ancora se questa è la storia di un bambino di città mandato in montagna per guarire dall'ipersensibilità o di sua nonna, custode misteriosa del bosco. Della sua amica, bella e selvaggia, o della montagna, santuario dalle leggi imprescindibili. A ben vedere, questa potrebbe essere benissimo la tua storia. Il nuovo romanzo di Gio Evan racconta la sua prima iniziazione: la straordinaria complicità con una nonna che gli insegnò i valori inestimabili della montagna, della poesia, dell'invisibile.
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IO CAMMINO DA SOLA
Nonostante la carriera, la conquista di una posizione pubblica, le relazioni affettive, Alessandra non è felice. Sceglie di abbandonare il lavoro perché non la rappresenta, lascia il compagno. Comincia a camminare, condividendo la strada con nuovi amici. Mette in moto il suo corpo, riacquista la posizione eretta. Cerca pace nella natura, scopre ritmi lenti, trova amori effimeri, vive il sesso con intensità e senza legami. Sceglie le antiche vie, solca a piedi i luoghi dove è stata bambina, prende la pioggia, la grandine, soffre sulle salite ma non si ferma. Camminare è calpestare la terra, è congiungersi alle radici. La ripetizione ipnotica dei passi per ore, per giorni, per settimane sollecita la memoria. Riaffiorano con forza gli eventi dell'infanzia e della giovinezza. Più ricorda e più sta in mezzo agli altri, più si destabilizza. Decide allora di affrontare la solitudine senza sconti: parte per un cammino da sola, in inverno. Si trova all'improvviso immersa in un viaggio interiore, dove ogni passo è diretto non tanto a una meta quanto alla scoperta di sé, delle proprie qualità, dei propri limiti. È una lotta per il raggiungimento di un equilibrio consapevole. Cercare il proprio posto nel mondo, dare un senso alla vita.
Form by ChronoForms - ChronoEngine.com
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